Mio padre aveva una grande biblioteca. Mi piaceva guardare i dorsi dei libri, perdevo tempo a riordinarli e, più di tutto, amavo scegliere cosa leggere, in mezzo a tanta varietà. Accadeva, però, che regolarmente trovavo in fondo al libro il suo articolato commento critico, che spesso suonava come una valutazione, o almeno a me così sembrava. Era difficile per me, come prima cosa, non farmi un’idea attraverso quelle parole scritte a matita! Nel migliore dei casi, sapevo che quel commento mi aspettava alla fine e in alcune note a margine. Trovavo complicato, insomma, incontrare un testo in maniera libera: prima che potessi sorprendermene, era già pronta un’indicazione su cosa ci fosse di buono o di cattivo in quelle pagine.
Seppur colto e raffinato, quel commento rappresentava un ingombro. L’idea che rimane viva dentro di me oggi, infatti, è quella di un mondo già masticato e digerito. Se, da una parte, quelle annotazioni hanno avuto forse la funzione di proteggere o di aiutare, dall’altra sono divenute, a volte, fonte di frustrazione e di una certa demotivazione (quella del tipo «Che gusto c’è allora?!»).
Thomas Ogden, rileggendo Winnicott, descrive lo spazio potenziale — l’area in cui si dispiegano gioco, creatività ed esperienza soggettiva — come un luogo fondamentale in cui si dà l’esperienza del sentirsi vivi (Cosa significa sentirsi vivi?, Astrolabio-Ubaldini, 2025). Ecco, ho l’impressione che quello spazio potenziale essenziale per favorire un’esperienza personale viva e autentica non fosse distrutto, ma pre-occupato: uno sguardo sulle cose che anticipava la mia posizione di lettrice.
Volendo seguire questa parola, “preoccupazione”, mi domando:
quanto siamo in grado, come adulti — genitori, insegnanti, terapeuti — di lasciare uno spazio all’altro, prima di spingerlo a conformarsi al nostro stile, alla nostra esperienza e al nostro vissuto?
Invece di “occuparci di” nel momento in cui qualcosa accade, spesso ce ne pre-occupiamo, saturando quello spazio esperienziale e anticipando bisogni e problematiche.
Molto spesso gli adolescenti e i giovani adulti che incontro faticano a liberarsi di scelte fatte in nome e per conto di altri, assumendo difficoltà emotive e reali che non gli appartengono e dimenticando di interrogare il proprio desiderio. Insomma, non leggono semplicemente il libro, ma lo leggono per come dovrebbe essere letto!
Potremmo forse chiederci cosa ci muove a riempire ogni margine dell’esperienza: un’ansia anticipatoria, il bisogno di orientare e proteggere, oppure, talvolta, una difficoltà a tollerare che l’altro faccia un’esperienza che non possiamo prevedere né controllare? A scanso di equivoci, non metto qui in discussione la funzione educativa e di orientamento, che resta fondamentale, ma il suo possibile slittamento in un eccesso, che finisce per riempire, metaforicamente, le pagine bianche del libro. Ogni caso è a sé, naturalmente, e tuttavia credo sia importante interrogarsi in merito alla possibilità di fornire questo spazio potenziale.
Ma cosa accade quando l’esperienza può essere goduta liberamente? Penso che proprio lì possa avvenire una ri-scrittura, ossia possa prendere vita una visione del tutto personale di eventi e situazioni date. Questo implica, in alcuni casi, una dose non trascurabile di coraggio e la capacità di assumersi una certa responsabilità: elementi necessari per attraversare l’incertezza, la complessità e la non prevedibilità dell’incontro con l’altro da sé, sia esso una persona o una circostanza di vita.
Per i giovani adulti di oggi, può diventare una sfida importante integrare dentro di sé la capacità di tollerare la vertigine data dall’assenza di un piatto sempre pronto, già cucinato, masticato e digerito.
Non penso sia possibile, però, suggerire questa possibilità come una ricetta, o una prescrizione da seguire. E forse non si tratta nemmeno di un atto emancipatorio individuale.
Piuttosto, credo che questo possa accadere all’interno di spazi relazionali non saturanti. Thomas Ogden fa riferimento proprio a questo quando descrive l’esperienza analitica non come la trasmissione di un sapere da parte dell’analista, ma come la possibilità che qualcosa emerga all’interno di un campo condiviso, vivo e sufficientemente imprevedibile.
Si tratta, insomma, di individuare condizioni (non solo terapeutiche) in cui il pensiero può ancora accendersi e percorrere nuove vie di senso. Questo richiede una condizione essenziale che Ogden esprime con chiarezza: “l’analista è una persona separata, in grado di fare da testimone” – una presenza, dunque, che non prescrive, non anticipa e non si sostituisce, ma sostiene lo spazio in cui l’esperienza può accadere.
Forse è anche da tutto questo che nasce la mia preferenza per i libri non sottolineati e nuovi: un tentativo di ritrovare, ogni volta, un luogo in cui la possibilità di esplorare e sorprendersi non sia occupata e risolta da altri.


