Francisco Goya, Una processione di flagellanti, 1808-’12, olio su tela, 73x46 cm, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid
La sirena racconta

Teresa e Rodolfo, il bisogno di soffrire e la prigione del lamento costante

Teresa corre, si agita e riempie la vita di impegni, mentre il marito Rodolfo oppone un’incrollabile e metodica immobilità. Tra sogni freudiani, citazioni di Buñuel e il bisogno inconscio di soffrire, la storia di una coppia intrappolata in una danza sacrificale. E se la vera prigionia fosse il bisogno stesso del lamento?

Quando la bocca le si piega in un’espressione di disgusto, gli amici sanno che Teresa sta per parlare del marito.
«Non fa nulla, non ha interessi, non ha desideri, non parla… È noioso, noioso, noioso».

Lei, professionista di successo, il corpo senza un filo di grasso modellato da estenuanti esercizi in palestra, il tempo libero occupato da un vortice di cene, eventi mondani, attività sportive, è costantemente impegnata in corsi di perfezionamento dell’inglese, o di yoga, o di ikebana, o di vela, o di cucina creativa, in attività di volontariato o in tornei di golf, in visite a mostre o in turismo culturale.

Il cahier de doleance nei confronti del compagno è sempre lo stesso: «È pignolo, ordinato in modo ossessivo, un cronometro! Ha anche la mamma svizzera. Mai una parola fuori posto, sempre una sentenza. Riesco a prevedere ogni sua espressione: quando inarca il sopracciglio, quando socchiude l’occhio sinistro, quando fa una smorfia e il labbro inferiore gli si abbassa. Non parliamo di noi, si discute del tempo. Io grido, litigo da sola, mi dispero, lui mi guarda e non dice nulla. Da anni non abbiamo rapporti sessuali, ma sono sicura che non ha un’amante. Magari l’avesse! Almeno si muoverebbe. Non sopporto come fuma, come aspira la prima boccata, come gonfia le guance e come apre il giornale, e come lo ripiega e come sbadiglia, e come si addormenta davanti alla televisione. Non sopporto i suoi abiti grigi, le sue cravatte, tutte a righe, non sopporto le sue camicie, tutte uguali, i suoi calzini, tutti blu…».

L’ingegner Rodolfo, ormai assuefatto alle critiche della consorte, oppone un sorriso rassegnato alle sue sfuriate. Sa che qualsiasi cosa faccia, qualsiasi successo riesca a realizzare, è comunque inadeguato. Che sia un professionista stimato, che abbia fatto una carriera brillante, che assolva con scrupolosità i suoi doveri di marito e di padre sono cose ininfluenti. «Sei pigro, sei vecchio, sei noioso, noioso, noioso». Lui si è adattato alla parte e oppone la sua solida immobilità al perenne agitarsi della signora che, come Pigmalione, vorrebbe che la statua si animasse, ma invano cerca di infonderle vita. E allora si dispera, urla tutta la sua delusione, protesta di non farcela più, di volere il divorzio. Di separarsi parla continuamente, consulta a più riprese avvocati divorzisti, ma poi non ne fa nulla e continua la danza sacrificale intorno al suo totem, il motore immobile che le imprime l’incessante e vano movimento.

Una notte Teresa sogna il marito su una sedia a rotelle e il sogno si ripete più e più volte. Teresa è una donna colta e non può ignorare le implicazioni freudiane: dove è il suo desiderio? La sedia a rotelle sancisce una immobilità definitiva, irreversibile, elimina ogni eventualità che il totem possa animarsi. Che sia questa l’inconscia aspirazione?

Anche nel film di Bunuel Bella di giorno c’è una signora della buona borghesia che nei pomeriggi, dalle due alle cinque, agisce la sua sessualità trasgressiva in una casa di appuntamenti (realtà? fantasia?), per poi rientrare la sera nel ruolo di morigerata e frigida mogliettina. Fino a quando il marito viene costretto da un incidente su una sedia a rotelle (realtà? proiezione del desiderio? Con Bunuel non si sa mai…) e lei rinuncia alla trasgressione, votandosi completamente alla sua assistenza.
«Ma allora» – si arrovella Teresa – «la mia vera vocazione è quella di sognare la libertà, ma di rimanere in catene, anzi di rendere ancora più rigida la mia prigionia? È possibile che io voglia soffrire, che non possa rinunciare al dolore e al lamento?».

Sì, è possibile. Molte donne, come la nostra Teresa, sembrano fare di tutto per procurarsi condizioni di vita insoddisfacenti e vi rimangono invischiate in preda a un’oscura voluptas dolendi.

Si può proporre loro la “cilicioterapia“ che realizza il desiderio di soffrire grazie al dolore fisico, un intervento che prevede l’uso aggiornato dello strumento di penitenza di medioevale memoria, da indossare con tempi e modi variabili secondo programmi personalizzati.
Assunta la dose quotidiana di sofferenza, la signora può ritenere soddisfatto il suo bisogno e concedersi il permesso di godere del resto della giornata.

Per quanto riguarda Teresa, dal momento che è donna raffinata, possiamo suggerire un elegante indumento, in versione cintura o giarrettiera, firmato da qualche noto stilista.

E che dire al buon Rodolfo? Accantonata l’illusione di poter meritare, un giorno, l’apprezzamento della moglie, accetti serenamente il suo status di essere imperfetto e confessi di voler vivere la sua impotenza senza ansie di cambiamento. Impotenza benefica, se al «Tu non sei…» saprà tranquillamente rispondere «È vero, non sono e non posso essere».

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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