Psiche

Meglio tenere d’occhio il paranoico che è in me

La lunga emergenza pandemica prima e la guerra poi hanno favorito l’emergere di tratti paranoici di personalità, di cui tutti, in misura maggiore o minore, siamo portatori, e che si esprimono in diffidenza e sospetto nei confronti dell’altro, vissuto come potenziale nemico

In questi giorni siamo sopraffatti dalle notizie di guerra che hanno invaso tutti i mezzi di comunicazione. Le immagini parlano inequivocabilmente di una invasione che provoca distruzione e morte. Certo, singoli episodi possono suscitare qualche dubbio; certo, la propaganda di entrambe le parti tende a fornire realtà manipolate, come sempre accade durante i conflitti bellici; certo, ci sono responsabilità che andranno accertate ma mi sembra non si possa negare che siamo di fronte a una aggressione proditoria e che i ruoli di aggressori e aggrediti siano chiari.

Eppure, assistiamo quotidianamente a discorsi surreali di “apoti” che non se la bevono, che non si fidano di versioni anche ampiamente documentate, che sospettano immancabilmente delle ragioni dei più, bollate con disprezzo come “pensiero unico”, che insinuano idee di complottismo ideologico…. eh no, a loro non la si fa. Non ci sarebbe ragione di occuparsene se si trattasse di inossidabili estremisti ideologici o di campioni di un fanatismo becero, invece sono persone intelligenti, colte, capaci di discorsi dotati di una loro consequenzialità logica, ma impermeabili a qualsiasi obiezione.

Ecco, in questi atteggiamenti mi sembra di vedere il manifestarsi di tratti paranoici, di cui il lungo periodo della emergenza pandemica aveva senza dubbio già favorito l’emergere. La guerra ha spazzato via tutto il resto, ma non è passato molto tempo dalle interminabili discussioni di esperti immunologi, virologi, infettivologi, epidemiologi immancabilmente contestati da coloro che, contro ogni evidenza, negavano il contagio o rifiutavano il vaccino, accusato di essere strumento di oscure sperimentazioni delle case farmaceutiche o addirittura mezzo di controllo e di asservimento da parte di un potere tirannico.

Quando parlo di paranoie non intendo certo riferirmi a una diagnosi di psicosi, una forma di disturbo grave che lascio alla cura degli psichiatri, ma a quei tratti di personalità di cui tutti, in misura maggiore o minore, siamo portatori.

Di questi tempi, complice la pandemia, li ho visti crescere anche nei miei pazienti: diffidenza nei confronti degli estranei, sospetti senza fondamento su amici e congiunti, estrema suscettibilità, recriminazioni rancorose…

Altri assumono stabilmente nuove abitudini, inizialmente imposte dal Covid: rimangono in casa, diradano le occasioni sociali, chiudono il mondo fuori della porta.

C’è chi, amante riamata, inizia a sospettare, senza prova alcuna, di un’intesa segreta tra il fidanzato e la sorella; c’è chi sviluppa una irragionevole paura per malattie di cui non soffre; c’è chi si abbandona ai fantasmi di una gelosia immotivata; c’è chi sviluppa la tenace idea di essere perseguitato… e talvolta finisce per diventarlo davvero; c’è chi recrimina per antiche vicende testamentarie da cui si ritiene danneggiato… Tutti questi comportamenti hanno in comune la mancata fiducia nell’altro, vissuto come potenziale nemico, comunque un estraneo di cui diffidare, un “diverso”. L’arroccamento difensivo non aiuta, anzi moltiplica i fantasmi, aumenta l’insofferenza alle critiche, rafforza convinzioni impermeabili a qualsiasi obiezione.

Alla fine di queste riflessioni ho sentito il dovere di guardarmi dentro e di indagare eventuali tratti paranoici di cui fossi anch’io portatore e… mi sono ritrovato in tutti i sintomi elencati dal DSM: applico la regola del sospetto, diffido di chi non conosco, talvolta dubito persino di persone a me care, mi capita di recriminare a proposito di antichi presunti torti. A seguito di questo esame di coscienza ho deciso di tenere sotto stretta sorveglianza il paranoico che c’è in me.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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