Una foto in bianco e nero, orizzontale, che ritrae di spalle un vecchio signore alto che cammina tenendo per mano un bambino molto piccolo in mezzo a una strada sgombra con pavè e pietre bianche.
Attualità

Un Paese di vecchi, ma non un Paese per vecchi

Le RSA, in crescita numerica a fronte dell’inesorabile invecchiamento della popolazione, al di là delle differenze nella qualità dell’assistenza erogata, presentano tutte alcune caratteristiche comuni – tendenza all’omologazione e all’ospedalizzazione, terapia della dipendenza – che trasformano l’ospite in paziente

L’Italia: un Paese di vecchi… ma non un Paese per vecchi.

Mentre si diffonde l’allarme per il calo demografico, mentre di anno in anno aumenta il divario tra nascite e morti e l’età media della popolazione si alza inesorabilmente, il sistema sanitario nazionale, un tempo nostro vanto, è in rapido deterioramento: medici e infermieri risultano insufficienti, manca un serio aggiornamento organizzativo, le liste di attesa per qualsiasi esame clinico si allungano a dismisura, la debolezza della rete dei medici di base intasa i pronti soccorsi…

Risultato: chi può si rivolge alla sanità privata, in rapida espansione; chi non ha mezzi rinuncia a curarsi.

In particolare appare problematica, in qualche caso drammatica, la situazione dell’assistenza ai grandi vecchi o ad anziani non autosufficienti.

Il venir meno della struttura familiare tradizionale, all’interno della quale gli anziani trovavano una loro collocazione, assistenza e cura, la sua mancata sostituzione con un’assistenza domiciliare efficace a carico dello Stato e gli alti costi di quella privata, rendono sempre più frequente il ricovero in RSA per la maggior parte private, in rapido aumento.

Tali strutture presentano un’ampia gamma di livelli: si va dalle più modeste e relativamente economiche a quelle di lusso molto costose; tuttavia, al di là della scelta ambientale, dell’architettura degli edifici, del numero e del livello di preparazione del personale, alcune caratteristiche le accomunano.

Trattandosi di imprese economiche, che aspirano pertanto a un legittimo guadagno, la maggior parte delle RSA sono predisposte per accogliere un numero consistente di ospiti, il che induce inevitabilmente all’omologazione.

Entrando in questi servizi per anziani si ha l’impressione di entrare in un ospedale: organizzazione degli spazi e arredi evocano infatti le strutture ospedaliere. Stesso grigiore, stesso odore di disinfettante, stesso arredamento – funzionale, ma uniforme e anonimo.

Si tratta di ambienti fortemente medicalizzati, in cui tutto si svolge seguendo un rigido protocollo, che risulta confortante e rassicurante per i curanti, ma trasforma gli ospiti-clienti in malati.

E i malati, si sa, hanno bisogni, non desideri. A questi bisogni un personale competente (non si prendono qui in considerazione i casi di malasanità) provvede con sollecitudine, prevenendo le eventuali richieste. Sembra un accudimento perfetto, ma in realtà l’ospite, che ha già perso almeno parte della sua autonomia, viene espropriato anche del suo desiderio e quindi della propria identità.

È come se gli si dicesse: da questo momento ci prendiamo cura di te e ti solleviamo dalla fatica di chiedere. Si tratta di una modalità certo comoda, ma fortemente regressiva, che invece di stimolare la vitalità e le capacità residue di persone già, in proporzione diversa, debilitate, le spinge ad adagiarsi nell’inazione e le riduce a pazienti.

Da questa terapia della dipendenza si salvano solo i matti, gli irriducibili che non si arrendono e vivono in un loro mondo parallelo.

Contro omologazione, ospedalizzazione, terapia della dipendenza occorre si affermi un nuovo modello di assistenza. L’obiettivo è quello di coltivare le capacità residue dell’anziano e di non recidere i legami con il suo ambiente di vita.

A questo scopo sarebbe opportuna la creazione di strutture di piccole dimensioni, che ricordino nell’arredamento e nella personalizzazione degli spazi un ambiente familiare, radicate nel quartiere di provenienza degli ospiti, con il massimo di osmosi possibile tra interno ed esterno, che facilitino pertanto il mantenimento di abitudini e rapporti sociali (bar, barbiere, parrucchiere, negozi…).

Soprattutto è importante formare un personale che consideri i residenti nelle strutture ospiti e non malati e, pur non trascurando l’assistenza medica necessaria, si applichi a stimolarne la parte sana e a promuoverne la socialità.

Le RSA non devono essere un limbo in cui vegetare in attesa della morte, ma un luogo dove esprimere le risorse di vitalità che ognuno possiede.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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