Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae in primissimo piano, a fuoco, un metronomo nero con l'asticella verticale di metallo poggiato sulla parte superiore di un amplificatore da basso elettrico. Sullo sfondo, fuori fuoco, c'è un uomo seduto su un divano che suona un basso elettrico con un'espressione seria e concentrata sul volto.
Psiche

Orecchio che non sente, cuore che non duole

Sembra sia andata perduta la pazienza di ascoltare. Nel dibattito pubblico il confronto dialettico si trasforma in rissa verbale, in ambito familiare il dialogo intergenerazionale si fa sempre più difficile, anche a causa della tendenza alla velocizzazione del linguaggio giovanile, che impedisce di fermarsi a riflettere sui significati. Il difetto di ascolto arriva a coinvolgere anche la classe medica, mentre l’attenzione alle parole del paziente è condizione indispensabile per stabilire una relazione terapeutica efficace.

In questa società del non ascolto ho talvolta l’impressione che alcuni pazienti vengano da me per avere qualcuno con cui parlare, disposti per ricevere attenzione anche a pagare.

La mancanza di ascolto interessa trasversalmente tutta la società, coinvolge sia la sfera pubblica sia l’ambiente familiare.

Tutti siamo spettatori di dibattiti e talk show in cui le voci si accavallano e i partecipanti si interrompono continuamente gareggiando nell’alzare il tono di voce con effetti cacofonici: il confronto di idee si tramuta in zuffa, in contesa tra sordi.

Sembra che gli interlocutori siano incapaci di ascoltare il parere altrui per poi contrapporvi le proprie convinzioni: l’unica possibilità di risposta rimane la violenza del grido, l’urlo di Munch.

Che cosa comporta l’ascolto? Mettersi in discussione, duellare dialogando in punta di logica, confrontarsi, certi del proprio sentire, ma disposti a valutare e anche ad accogliere le opinioni dell’altro qualora risultino convincenti.

Solo questa disposizione e apertura mentale permette una comunicazione autentica; diversamente non si stabilisce relazione, ognuno rimane confinato nella solitudine del proprio solipsismo.

Per quanto riguarda i rapporti intergenerazionali, ulteriore ostacolo è rappresentato dalla velocizzazione del linguaggio adottato dai giovani, speculare alla velocità con cui digitano sullo smartphone: la parola cessa allora di essere la casa del pensiero, viene vomitata, ridotta a puro suono, senza che chi la pronuncia possa riflettere sul suo uso e riconoscersi nei suoi significati.

Potrei suggerire l’uso di un metronomo che li costringesse ad andare a tempo.

Venuto meno il dialogo cosa rimane? La solitudine di monadi iperconnesse.

Queste considerazioni non risparmiano nemmeno la classe professionale cui appartengo, i medici del corpo e dell’anima, alcuni dei quali hanno infatti la pretesa di conoscere a priori problemi e bisogni dei loro pazienti. Forti della loro preparazione scientifica, pensano di saper formulare la diagnosi precisa sulla cui base predisporre la cura efficace. Le parole del paziente sembrano essere superflue, i suoi vissuti ininfluenti.

E veniamo all’ultimo paradosso: la psicoterapia a distanza attraverso internet. Nella terapia, che è spazio di relazione per eccellenza, la fisicità dell’interazione è sostituita da uno schermo, mentre all’orizzonte si profila già la sostituzione della stessa persona del terapeuta con l’intelligenza artificiale.

Io ritengo, fortunatamente insieme a molti colleghi, che in una relazione terapeutica sia fondamentale la pazienza dell’ascolto. Non stancarsi di ascoltare il paziente che descrive il suo malessere e parla dei suoi vissuti è importante per stabilire un transfert positivo, premessa di un intervento efficace.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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