In questa società del non ascolto ho talvolta l’impressione che alcuni pazienti vengano da me per avere qualcuno con cui parlare, disposti per ricevere attenzione anche a pagare.
La mancanza di ascolto interessa trasversalmente tutta la società, coinvolge sia la sfera pubblica sia l’ambiente familiare.
Tutti siamo spettatori di dibattiti e talk show in cui le voci si accavallano e i partecipanti si interrompono continuamente gareggiando nell’alzare il tono di voce con effetti cacofonici: il confronto di idee si tramuta in zuffa, in contesa tra sordi.
Sembra che gli interlocutori siano incapaci di ascoltare il parere altrui per poi contrapporvi le proprie convinzioni: l’unica possibilità di risposta rimane la violenza del grido, l’urlo di Munch.
Che cosa comporta l’ascolto? Mettersi in discussione, duellare dialogando in punta di logica, confrontarsi, certi del proprio sentire, ma disposti a valutare e anche ad accogliere le opinioni dell’altro qualora risultino convincenti.
Solo questa disposizione e apertura mentale permette una comunicazione autentica; diversamente non si stabilisce relazione, ognuno rimane confinato nella solitudine del proprio solipsismo.
Per quanto riguarda i rapporti intergenerazionali, ulteriore ostacolo è rappresentato dalla velocizzazione del linguaggio adottato dai giovani, speculare alla velocità con cui digitano sullo smartphone: la parola cessa allora di essere la casa del pensiero, viene vomitata, ridotta a puro suono, senza che chi la pronuncia possa riflettere sul suo uso e riconoscersi nei suoi significati.
Potrei suggerire l’uso di un metronomo che li costringesse ad andare a tempo.
Venuto meno il dialogo cosa rimane? La solitudine di monadi iperconnesse.
Queste considerazioni non risparmiano nemmeno la classe professionale cui appartengo, i medici del corpo e dell’anima, alcuni dei quali hanno infatti la pretesa di conoscere a priori problemi e bisogni dei loro pazienti. Forti della loro preparazione scientifica, pensano di saper formulare la diagnosi precisa sulla cui base predisporre la cura efficace. Le parole del paziente sembrano essere superflue, i suoi vissuti ininfluenti.
E veniamo all’ultimo paradosso: la psicoterapia a distanza attraverso internet. Nella terapia, che è spazio di relazione per eccellenza, la fisicità dell’interazione è sostituita da uno schermo, mentre all’orizzonte si profila già la sostituzione della stessa persona del terapeuta con l’intelligenza artificiale.
Io ritengo, fortunatamente insieme a molti colleghi, che in una relazione terapeutica sia fondamentale la pazienza dell’ascolto. Non stancarsi di ascoltare il paziente che descrive il suo malessere e parla dei suoi vissuti è importante per stabilire un transfert positivo, premessa di un intervento efficace.


