C’è una differenza fondamentale e troppo spesso trascurata tra gli esseri umani e le altre specie viventi: l’essere umano nasce in una condizione di estrema dipendenza: il neonato non è autonomo nel procurarsi il cibo, a differenza di molti altri cuccioli di primati (e non solo) che già nei primi mesi sono in grado di raccogliere nutrimento. Questo dato ha avuto un peso decisivo nell’evoluzione della nostra specie: il vero problema, dal punto di vista evolutivo, non è mai stato semplicemente riprodursi, ma garantire la sopravvivenza della prole e quindi la conservazione della specie.
Pensiamo per esempio al fatto che la maggioranza delle specie di mammiferi non vive a lungo dopo l’interruzione della capacità riproduttiva e non presenta menopausa vera e propria. In sostanza possiamo arrivare a dire che in questi casi la durata del corredo di ovuli coincide con la durata della vita. Anche a noi homo sapiens viene affidato un corredo di ovuli, che si esaurisce però verso i 40 anni. Introdurre un fattore nuovo come il prolungamento della vita è stato possibile perché riconosciuto evolutivamente vantaggioso.
In quest’ottica, il ruolo delle donne quindi non può essere ridotto alla sola funzione riproduttiva. Se pensiamo a una persona tra i quarantacinque e i cinquant’anni, ha davvero più senso che continui a rischiare una gravidanza, rimanendo vincolata esclusivamente al ruolo di procreatrice? Oppure è più utile che svolga una funzione diversa, fondamentale: sostenere, proteggere e affiancare chi è in età fertile, contribuendo alla continuità della specie in modo indiretto ma essenziale?
Da questo punto di vista, la menopausa può essere riletta non come la fine di un periodo, ma come l’acquisizione di una nuova funzione evolutivamente utile.
Cambiare sguardo su questo passaggio significa anche cambiare il vissuto soggettivo: non più la frustrazione di “aver perso qualcosa”, ma la possibilità di riconoscere dei guadagni.
Tra questi, anche uno molto concreto e spesso taciuto: la possibilità di vivere la sessualità senza il rischio di una gravidanza, che per molte donne rappresenta un autentico sollievo. È qui che entra in gioco la percezione di sé. Il messaggio che passa attraverso il corpo può trasformarsi radicalmente: non più “non sono più utile perché non posso procreare”, ma “sono finalmente utile a me stessa, posso vivere una sessualità libera dalla funzione riproduttiva”. Questo cambiamento di narrazione ha effetti profondi anche sul modo in cui la menopausa viene vissuta emotivamente.
Negli ultimi anni si parla sempre di più di menopausa e questo è senza dubbio un bene, visto che si tratta di una fase della vita femminile di cui ancora le donne paiono doversi vergognare e di cui faticano a parlare. Ma il “come” se ne parla è questione tutta da vedere: si mette l’accento sulle difficoltà da affrontare, su cosa non funziona più, sulle fatiche aggiuntive che le donne, anche in questa fase della vita, devono affrontare. Se questi sono tutti elementi senza dubbio reali, è interessante interrogarsi su quanto il vissuto e la narrazione culturale incidano sull’esperienza soggettiva.
Il modo in cui raccontiamo un evento biologico può condizionare profondamente il modo in cui lo attraversiamo. Cambiare la narrazione diventa allora cruciale. Anche perché, se guardiamo al mondo animale, molte specie hanno un periodo di estro ben definito, visibile, limitato nel tempo. L’essere umano, invece, ha evoluto un sistema diverso: la disponibilità all’accoppiamento non è rigidamente legata al momento della fertilità. Questo ha avuto conseguenze importanti anche sul piano relazionale, favorendo legami più stabili, perché il partner non è costretto a cercare altrove la soddisfazione sessuale.
Tutto questo suggerisce che la sessualità femminile non è mai stata solo una questione di riproduzione, ma anche di relazione, di legame, di costruzione di stabilità. Se cambiamo il modo in cui rappresentiamo noi stesse — non più soltanto come corpi “utili” finché fertili — cambia anche il vissuto emotivo: viene meno l’aspetto depressivo legato alla sensazione di perdita e, con esso, anche quella cascata di risposte ormonali e neurochimiche che accompagnano un’esperienza vissuta come lutto.
In altre parole, il modo in cui pensiamo e raccontiamo la menopausa collabora attivamente con il modo in cui il corpo la attraversa. Non è solo biologia: è significato, cultura, identità. E forse è proprio da qui che può partire un racconto diverso, più aderente alla complessità dell’esperienza femminile.


