Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae, dal seno in su, una donna di mezza età, asiatica, con le braccia tese in orizzontale, un po’ come fossero ali, la testa reclinata all’indietro, gli occhi chiusi e un sorriso sulle labbra, in un parco con alberi sullo sfondo e un cielo luminoso.
Psiche

Il valore (ancora sottostimato) della menopausa

Serve un cambio di narrazione per parlare di una fase delicata e complessa della vita della donna. Una fase che dà e non solo toglie, ma che l’antica (e ancora attuale) identificazione del valore della donna con la sua fertilità rende difficile vivere.

C’è una differenza fondamentale e troppo spesso trascurata tra gli esseri umani e le altre specie viventi: l’essere umano nasce in una condizione di estrema dipendenza: il neonato non è autonomo nel procurarsi il cibo, a differenza di molti altri cuccioli di primati (e non solo) che già nei primi mesi sono in grado di raccogliere nutrimento. Questo dato ha avuto un peso decisivo nell’evoluzione della nostra specie: il vero problema, dal punto di vista evolutivo, non è mai stato semplicemente riprodursi, ma garantire la sopravvivenza della prole e quindi la conservazione della specie.

Pensiamo per esempio al fatto che la maggioranza delle specie di mammiferi non vive a lungo dopo l’interruzione della capacità riproduttiva e non presenta menopausa vera e propria. In sostanza possiamo arrivare a dire che in questi casi la durata del corredo di ovuli coincide con la durata della vita. Anche a noi homo sapiens viene affidato un corredo di ovuli, che si esaurisce però verso i 40 anni. Introdurre un fattore nuovo come il prolungamento della vita è stato possibile perché riconosciuto evolutivamente vantaggioso.

In quest’ottica, il ruolo delle donne quindi non può essere ridotto alla sola funzione riproduttiva. Se pensiamo a una persona tra i quarantacinque e i cinquant’anni, ha davvero più senso che continui a rischiare una gravidanza, rimanendo vincolata esclusivamente al ruolo di procreatrice? Oppure è più utile che svolga una funzione diversa, fondamentale: sostenere, proteggere e affiancare chi è in età fertile, contribuendo alla continuità della specie in modo indiretto ma essenziale?

Da questo punto di vista, la menopausa può essere riletta non come la fine di un periodo, ma come l’acquisizione di una nuova funzione evolutivamente utile.

Cambiare sguardo su questo passaggio significa anche cambiare il vissuto soggettivo: non più la frustrazione di “aver perso qualcosa”, ma la possibilità di riconoscere dei guadagni.

Tra questi, anche uno molto concreto e spesso taciuto: la possibilità di vivere la sessualità senza il rischio di una gravidanza, che per molte donne rappresenta un autentico sollievo. È qui che entra in gioco la percezione di sé. Il messaggio che passa attraverso il corpo può trasformarsi radicalmente: non più “non sono più utile perché non posso procreare”, ma “sono finalmente utile a me stessa, posso vivere una sessualità libera dalla funzione riproduttiva”. Questo cambiamento di narrazione ha effetti profondi anche sul modo in cui la menopausa viene vissuta emotivamente.

Negli ultimi anni si parla sempre di più di menopausa e questo è senza dubbio un bene, visto che si tratta di una fase della vita femminile di cui ancora le donne paiono doversi vergognare e di cui faticano a parlare. Ma il “come” se ne parla è questione tutta da vedere: si mette l’accento sulle difficoltà da affrontare, su cosa non funziona più, sulle fatiche aggiuntive che le donne, anche in questa fase della vita, devono affrontare. Se questi sono tutti elementi senza dubbio reali, è interessante interrogarsi su quanto il vissuto e la narrazione culturale incidano sull’esperienza soggettiva.

Il modo in cui raccontiamo un evento biologico può condizionare profondamente il modo in cui lo attraversiamo. Cambiare la narrazione diventa allora cruciale. Anche perché, se guardiamo al mondo animale, molte specie hanno un periodo di estro ben definito, visibile, limitato nel tempo. L’essere umano, invece, ha evoluto un sistema diverso: la disponibilità all’accoppiamento non è rigidamente legata al momento della fertilità. Questo ha avuto conseguenze importanti anche sul piano relazionale, favorendo legami più stabili, perché il partner non è costretto a cercare altrove la soddisfazione sessuale.

Tutto questo suggerisce che la sessualità femminile non è mai stata solo una questione di riproduzione, ma anche di relazione, di legame, di costruzione di stabilità. Se cambiamo il modo in cui rappresentiamo noi stesse — non più soltanto come corpi “utili” finché fertili — cambia anche il vissuto emotivo: viene meno l’aspetto depressivo legato alla sensazione di perdita e, con esso, anche quella cascata di risposte ormonali e neurochimiche che accompagnano un’esperienza vissuta come lutto.

In altre parole, il modo in cui pensiamo e raccontiamo la menopausa collabora attivamente con il modo in cui il corpo la attraversa. Non è solo biologia: è significato, cultura, identità. E forse è proprio da qui che può partire un racconto diverso, più aderente alla complessità dell’esperienza femminile.

Medico, psichiatra e psicoterapeuta con una lunga esperienza nella salute mentale, nelle dipendenze patologiche e nella gestione del disagio psichico in contesti complessi e ad alta vulnerabilità. Nata a Milano nel 1943, si laurea in Scienze Biologiche e in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Pavia, specializzandosi in Psichiatria e perfezionandosi in Bioetica. Iscritta all’Albo dei Medici e degli Psicoterapeuti di Milano, ha ricoperto ruoli apicali nel sistema sanitario pubblico, tra cui Primario del Servizio per le Tossicodipendenze (Ser.T.) della ASL Città di Milano e dirigente dell’Unità Operativa “Carceri”, con responsabilità sulla Casa Circondariale di San Vittore e sull’Istituto Penale Beccaria. In questi ambiti ha sviluppato una competenza specifica nella psichiatria penitenziaria, nel trattamento delle dipendenze e nella presa in carico del disagio psichico in condizioni di marginalità sociale. Ha partecipato a commissioni di studio della Regione Lombardia, svolto attività di docenza e formazione in ambito sanitario ed è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, contribuendo alla valutazione del disagio adolescenziale e delle dinamiche familiari complesse. Accanto all’attività clinica, ha sviluppato una rilevante produzione scientifica con numerose pubblicazioni su psicopatologia, adolescenza, prevenzione del suicidio, abuso di sostanze, HIV e assistenza domiciliare. Tra i suoi contributi più significativi si distingue la curatela del volume Il primo colloquio con l’adolescente, testo di riferimento nella psicoterapia dell’adolescenza che affronta, a partire da esperienze cliniche in diversi contesti istituzionali, la complessità del primo incontro con il giovane paziente e la sua famiglia. Il libro, ancora oggi attuale, anticipa temi centrali della clinica contemporanea, sottolineando la specificità dell’intervento psicologico in adolescenza e la necessità di strumenti teorici e operativi adeguati alla gestione della crisi evolutiva. Il suo lavoro si distingue per l’integrazione tra dimensione clinica, sociale ed etica, con una particolare attenzione alla comunicazione della diagnosi, alla qualità della vita e ai contesti di maggiore fragilità, rappresentando un punto di riferimento nella psichiatria italiana per l’approccio ai contesti istituzionali e alla complessità del disagio psichico.

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