La timidezza, sostiene Massimo Ammaniti, psicanalista autore di un libro di recente pubblicazione (Il coraggio di essere timidi, Raffaello Cortina editore, 2026), non è un difetto o, peggio, il sintomo di un disagio psichico che va eliminato, ma una caratteristica della persona, che può causare difficoltà nella vita di relazione, ma anche essere espressione di sensibilità e di ricchezza interiore.
Si, la timidezza non è una malattia. Come non sono malattie la tristezza, la solitudine, l’incertezza, il dubbio, il senso di colpa o di inadeguatezza, la vergogna, il dolore… insomma il male di vivere.
Prevale invece la tendenza a trasformare le difficoltà di bambini e adolescenti che affrontano la fatica di crescere in un problema medico, attraverso un processo di codificazione che assegna un nome specifico a ogni bizzarria, stranezza, eccentricità, atteggiamento anomalo.
Certo, si può anche ricorrere alla parola di uno psicologo o a un supporto farmacologico se questo porta sollievo, ma non penso sia opportuno trasformare qualsiasi forma di disagio in una diagnosi psichiatrica.
Quando ogni comportamento discutibile viene trattato come un sintomo, secondo una classificazione psichiatrica, e ci si affida allo specialista e alla scienza medica, ai quali si delega con sollievo la cura, genitori ed educatori rinunciano allo sforzo di comprensione e chi tale comportamento lo mette in atto evita lo sforzo di acquisire maggiore consapevolezza di sé.
Ci sono naturalmente forme patologiche di disagio, anche molto gravi, che richiedono interventi terapeutici tempestivi, ma non tutte le difficoltà o i comportamenti “strani” di bambini e adolescenti meritano di essere considerati disturbi psichici da eliminare.
Esistono caratteristiche psicologiche che sono segni distintivi della personalità e che non possono venire considerati elementi sgraditi, da modificare, o addirittura estranei, da estirpare.
Non stiamo trattando un corpo dal quale eliminare un tumore o cancellare un’imperfezione, ma individui con un loro modo di essere, che chiede di essere compreso e accettato, magari valorizzato.
La delega fideistica alla scienza medica suggerisce l’impropria idea di “guarigione”, mentre non si tratta di “guarire” da quello che si è, ma di essere accettati e aiutati ad accettarsi nonostante tutte le imperfezioni.
Mi piace ricordare l’esempio di Gandhi, citato nel libro di Ammaniti.
Negli anni di formazione trascorsi in Inghilterra, Gandhi soffriva di una forte forma di timidezza che lo assaliva ogni volta che cercava di prendere la parola in pubblico. Col tempo imparò a gestirla, ma non ne “guarì” mai. Giunse, però, a rivalutarla: riconobbe infatti che, nonostante le difficoltà che gli aveva procurato, era stata per lui uno “scudo”.
Meno male che non lo hanno curato.


