Un’illustrazione in bianco e nero che raffigura il “Mahatma” Gandhi mentre legge un libro aperto tra le mani poggiate sulle ginocchia, seduto nella posizione del loto, a gambe incrociate, con il busto e le spalle coperte da un mantello, sopra un supporto dalla forma di parallelepipedo, ricoperto da un telo. È il ritratto che campeggiava sulle banconote da 10 rupie coniate dall’India nel 1969.
Psiche

Ansia da etichetta: quando ogni bambino diventa un caso clinico

La nostra società sembra animata da un “furor curandi” che trasforma ogni comportamento anomalo di bambini e adolescenti in un sintomo di competenza dello specialista della psiche. Questa tendenza alla delega non spinge genitori e educatori allo sforzo di comprendere né aiuta i giovani soggetti a prendere maggiore consapevolezza di sé.

La timidezza, sostiene Massimo Ammaniti, psicanalista autore di un libro di recente pubblicazione (Il coraggio di essere timidi, Raffaello Cortina editore, 2026), non è un difetto o, peggio, il sintomo di un disagio psichico che va eliminato, ma una caratteristica della persona, che può causare difficoltà nella vita di relazione, ma anche essere espressione di sensibilità e di ricchezza interiore.

Si, la timidezza non è una malattia. Come non sono malattie la tristezza, la solitudine, l’incertezza, il dubbio, il senso di colpa o di inadeguatezza, la vergogna, il dolore… insomma il male di vivere.

Prevale invece la tendenza a trasformare le difficoltà di bambini e adolescenti che affrontano la fatica di crescere in un problema medico, attraverso un processo di codificazione che assegna un nome specifico a ogni bizzarria, stranezza, eccentricità, atteggiamento anomalo.

Certo, si può anche ricorrere alla parola di uno psicologo o a un supporto farmacologico se questo porta sollievo, ma non penso sia opportuno trasformare qualsiasi forma di disagio in una diagnosi psichiatrica.

Quando ogni comportamento discutibile viene trattato come un sintomo, secondo una classificazione psichiatrica, e ci si affida allo specialista e alla scienza medica, ai quali si delega con sollievo la cura, genitori ed educatori rinunciano allo sforzo di comprensione e chi tale comportamento lo mette in atto evita lo sforzo di acquisire maggiore consapevolezza di sé.

Ci sono naturalmente forme patologiche di disagio, anche molto gravi, che richiedono interventi terapeutici tempestivi, ma non tutte le difficoltà o i comportamenti “strani” di bambini e adolescenti meritano di essere considerati disturbi psichici da eliminare.

Esistono caratteristiche psicologiche che sono segni distintivi della personalità e che non possono venire considerati elementi sgraditi, da modificare, o addirittura estranei, da estirpare.

Non stiamo trattando un corpo dal quale eliminare un tumore o cancellare un’imperfezione, ma individui con un loro modo di essere, che chiede di essere compreso e accettato, magari valorizzato.

La delega fideistica alla scienza medica suggerisce l’impropria idea di “guarigione”, mentre non si tratta di “guarire” da quello che si è, ma di essere accettati e aiutati ad accettarsi nonostante tutte le imperfezioni.

Mi piace ricordare l’esempio di Gandhi, citato nel libro di Ammaniti.

Negli anni di formazione trascorsi in Inghilterra, Gandhi soffriva di una forte forma di timidezza che lo assaliva ogni volta che cercava di prendere la parola in pubblico. Col tempo imparò a gestirla, ma non ne “guarì” mai. Giunse, però, a rivalutarla: riconobbe infatti che, nonostante le difficoltà che gli aveva procurato, era stata per lui uno “scudo”.

Meno male che non lo hanno curato.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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