Si chiamava Aurelio, per gli amici Elio. Come ogni beffa del destino, quel diminutivo che richiamava la potenza del dio Sole, la luce, la vitalità, non lo rappresentava affatto. Al contrario Elio non sapeva cosa fosse l’energia: le sue giornate iniziavano senza cominciare davvero: apriva gli occhi e restava immobile a fissare il soffitto, come se il suo corpo fosse un oggetto dimenticato, poi si alzava e aspettava che il tempo scorresse. Non era stanchezza fisica, pigrizia o vera tristezza: la sua era una rara forma di rinuncia preventiva alla vita. I suoi sensi erano come ovattati: aveva la vista appannata, tappi alle orecchie troppo adesivi che lo posizionavano come spettatore dell’ambiente circostante, una bocca che non assaporava il cibo, tanto da ricorrere a un incongruo quantitativo di spezie per sentirne lontanamente il gusto, per non parlare del naso, delle mani e di quel sesto senso di cui tutti i suoi amici discutevano… Elio aveva accantonato la vita.
Forse soffriva di accidia, dal greco akēdía, «mancanza di cura», ovvero una totale indifferenza verso le cose importanti, sia spirituali sia umane. Un disinteresse così completo che tutto scivola via e niente lascia traccia. Sia per la tradizione cattolica, che definisce l’accidia come un peccato capitale, sia per il poeta Petrarca, che la descrive come la «malattia dell’anima», infatti, l’accidia distrugge e paralizza, creando un profondo malessere esistenziale.
Ai giorni nostri, forse, lungi dal medicalizzare tale condizione, la possiamo immaginare come quella porzione di pane quotidiano che non manca mai sulle tavole imbandite dei cittadini. Ci protegge dal fallimento, dal desiderio, dalla fatica, da quelle spinte vitali che in sé contengono anche la possibilità di sbagliare.
Elio, che nel suo riposare non pecca ma neppure pratica la fede, che nell’immobilità pensa ma non agisce, lasciando i propri lavori in sospeso, che nella sua lentezza non provoca alcun danno, perché il suo passaggio non lascia alcun segno, forse è dentro tutti noi. Non a caso il nostro contrappasso è correre senza sosta in tutte le direzioni, con una sovrastimolazione dei sensi che ci fa perdere il significato della vita.


