Processo all’orsa

La sorte dell’orsa Jj4 appassiona l’opinione pubblica. Come in occasione di famosi processi, colpevolisti e innocentisti si schierano a difesa intransigente delle proprie posizioni

Una vicenda ha appassionato di recente l’opinione pubblica più dei venti di guerra che spirano in diverse parti del globo, più dei disastri ambientali, più della crisi economica strisciante: la sorte di un’orsa condannata a morte dalle autorità amministrative della Provincia di Trento. Associazioni animaliste si sono subito mobilitate promuovendo raccolte di firme e facendo ricorso al Tar, i veterinari della regione si sono dichiarati indisponibili alla soppressione, la manifestazione davanti al centro faunistico in cui l’orsa è rinchiusa ha visto la presenza di gruppi venuti anche dall’estero. “E’ solo l’inizio”, promettono gli attivisti. Si sta addirittura pensando di promuovere il boicottaggio delle località turistiche nell’eventualità dell’eliminazione o della deportazione di Jj4.

Come mai tanto interesse? Tanto appassionato schierarsi? Tante energie spese a difesa di un animale?

Forse perché l’orso non è un animale qualsiasi. Nonostante la mole imponente e l’istinto proprio di una creatura selvatica, nell’immaginario collettivo resta associato a un morbido peluche, compagno di giochi infantili, con il quale molti di noi hanno condiviso il letto durante la notte. E se questa identificazione si è verificata con l’orso piuttosto che con altri animali, una ragione ci sarà. Proviamo a mettere da parte l’ondata emotiva prodotta dalla fine drammatica del giovane runner, e ad esaminare razionalmente il problema della sorte di Jj4.

Cosa ci possiamo aspettare da un orso? Che faccia l’orso. Applicare nei suoi confronti le norme di un codice penale pensato per gli uomini appare operazione insensata. Secondo tale codice la pena per un crimine (che fortunatamente in Italia esclude la morte) si basa sull’accertamento delle capacità razionali e della volontà di commetterlo del reo, con l’aggravante dell’eventuale premeditazione, tanto è vero che il colpevole, qualora venisse dichiarato incapace di intendere e di volere, non sarebbe perseguibile. Ora, concetti quali razionalità, volontà e premeditazione sono difficilmente applicabili a un animale selvaggio. Rimane allora solo la vendetta, motivo che in nessun modo può essere valido per qualsiasi istituzione.

Un’altra ragione di solito invocata per giustificare una punizione esemplare è il valore di monito e deterrenza nei confronti di analoghi atti criminosi, ma dubito che la comunità orsina potrebbe mostrarsi sensibile a questo metodo educativo.

Rimane un unico valido argomento a favore della soppressione di Jj4, la sua presunta aggressività e il conseguente pericolo per chi si avventuri lungo i sentieri dei boschi dolomitici. Non sembra tuttavia che la morte dell’orsa “cattiva” risolva il problema. Altri orsi, la cui possibile “cattiveria” non ha finora avuto motivo di manifestarsi, potrebbero imitarla.

Altrove hanno saputo creare le condizioni perché la presenza di animali selvatici non comporti pericoli per l’uomo: nell’attuazione del progetto Life Ursus qualcosa evidentemente in Trentino non ha funzionato.  Invece di fare dell’orsa il capo espiatorio di una gestione fallimentare, sarebbe forse l’occasione per le autorità locali di correggere gli errori del passato, di rimediare a leggerezze e a colpevoli ritardi e, imitando gli esempi virtuosi, di adottare provvedimenti che rendano possibile e sicura la convivenza tra uomini e orsi.

 

 

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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