Negli ultimi tempi, sui social, è tutto un fiorire di professionisti della salute mentale, coach, influencer e gente comune che, trattando di relazioni, parlano spesso di red flags, un termine talmente inflazionato da essere diventato ormai parte del linguaggio comune.
Ma cosa sono le red flags? Letteralmente “bandiere rosse”, sono quei campanelli d’allarme che indicano comportamenti tossici, problematici o pericolosi all’interno di relazioni in diversi ambiti (affettive, di amicizia, lavorative). Sono segnali che vanno colti per non rimanere intrappolati in dinamiche potenzialmente dolorose.
Ora, se da un punto di vista psicologico non sono dei semplici difetti, ma spie di comportamenti o dinamiche poco sani, la diffusione di questo concetto, unita a un sempre crescente individualismo all’interno delle relazioni, ha fatto sì che, paradossalmente, ogni minimo difetto dell’altro, o qualsiasi comportamento arrechi fastidio o disappunto, sia considerato una red flag. Insomma, si potrebbe dire che la ricerca di red flags sia diventata essa stessa una red flag.
Individuare segnali problematici all’interno di una dinamica relazionale è generalmente sano, perché serve a evitare relazioni dannose, dolorose o addirittura pericolose; il problema sorge quando questa attenzione diventa ricerca spasmodica e anticipatoria di segnali di rischio: allora il bisogno di protezione supera quello di relazione e il modo in cui si entra nel legame diventa difensivo, ipervigilante e poco autentico.
Quindi l’altro diventa una potenziale minaccia, di cui guardare solo i limiti e non le risorse, si interpretano segnali ambigui sempre in chiave negativa, si fatica a tollerare l’incertezza di cui ogni relazione è portatrice, specialmente nelle prime fasi, e si tende, soprattutto ultimamente, a diagnosticare l’altro come portatore di disturbi di personalità vari ed eventuali, che lo renderebbero “tossico” o “manipolatore”. Quindi la relazione diventa un problema da gestire, e non un’esperienza da vivere e costruire insieme.
Complice di tutto questo potrebbe essere il crescente individualismo in cui siamo immersi negli ultimi anni, che esalta l’io a discapito del noi, per cui al centro vi è il sé, la priorità è la realizzazione personale, l’autonomia è un valore imprescindibile e il benessere individuale è visto come responsabilità personale; questo influenza il modo di intendere e vivere le relazioni, che vengono considerate non più uno spazio di negoziazione, di compromesso, in cui ognuno cerca di smussare parti di sé per raggiungere un adattamento reciproco ottimale, far evolvere il rapporto e gestire le differenze, ma come contesti in cui non bisogna compromettere il proprio sé.
In quest’ottica le red flags diventano un modo per proteggersi ed evitare eventuale sofferenza e delusione, e per mantenere il controllo all’interno della relazione;
le bandierine rosse, oltretutto, portano a una semplificazione delle dinamiche relazionali, offrendo delle categorie semplici entro cui inserire tutti quei comportamenti e quelle condotte che ci creano fastidio, senza contestualizzarli e senza tenere conto che le relazioni sono in sé portatrici di incertezza e ambiguità
e non possono essere ridotte a qualcosa di prevedibile e misurabile: le relazioni cambiano e si evolvono nel tempo, si costruiscono insieme, gli errori che vi si commettono si correggono assieme, perché non esiste una relazione senza possibilità di rimanere feriti in qualche modo. Ma sembra che non si sia pronti o disposti a tollerare una quota di vulnerabilità personale e che quindi la possibilità di essere feriti diventi un irricevibile attacco al proprio sé, che può essere sventato solo leggendo in anticipo presunti campanelli d’allarme. Tuttavia, così facendo, si rimane sulla superficie, non si costruisce intimità e non si crea fiducia, e il possibile partner viene visto non come tale, ma come un candidato da valutare per assumere la posizione di compagno/a, neanche fossimo le risorse umane di un’azienda.
Un altro aspetto a mio parere interessante è che la ricerca continua di red flags può servire come strategia per deresponsabilizzarsi all’interno della relazione, spostando il focus esclusivamente sull’altro e sui suoi errori. Una relazione è qualcosa che si costruisce insieme, in cui entrambi gli attori in gioco mettono i loro pezzettini, con risultati più o meno funzionali; cercare continuamente red flags significa guardare solo la parte giocata dal partner e gli eventuali errori commessi da lui/lei senza considerare quale sia stato il nostro ruolo, il nostro apporto all’interno della relazione, cosa ci abbiamo messo di nostro che magari non l’ha fatta funzionare come avremmo voluto. È solo colpa dell’altro, che diventa il capro espiatorio, il portatore del problema, il colpevole di tutto ciò che non è andato bene: questa è una strategia di autodifesa, che permette di non interrogarsi, non mettersi in discussione e in conclusione legittima a non cambiare nulla di sé, perché se il problema è l’altro, io vado bene così. In poche parole, permette di uscire puliti dalla relazione, impedendo però quel lavoro più difficile e doloroso di riflessione sul proprio contributo alla coppia, che può implicare frustrazione, delusione e senso di responsabilità personale.
Ovviamente ci sono delle situazioni in cui parlare di responsabilità reciproca è sbagliato, per esempio quelle relazioni violente e abusanti in cui le red flags esistono davvero e vanno riconosciute il prima possibile. Il punto critico è quando ogni difficoltà nella coppia viene letta come colpa esclusivamente dell’altro.
Non assumersi la propria parte di responsabilità all’interno di una relazione permette di uscire da molti rapporti sentendosi sempre nel giusto, con la coscienza a posto, ma con il risultato di non capire mai davvero come si sta all’interno di una relazione. Sarebbe invece opportuno iniziare a smettere di considerarci perfetti ed esenti da errori e a interrogarci davvero su quale sia il nostro apporto alle relazioni che viviamo: come reagiamo ai comportamenti altrui, cosa portiamo noi e perché ci ritroviamo, magari, sempre nello stesso tipo di dinamiche.
Sarebbe davvero un’ottima possibilità di crescita.



Un commento
laura Becatti
Condivido molto ciò che scrivi … mi sento di aggiungere che con la pratica di “red Flag” si rischia spesso di fare inconsci “attacchi difensivi e preventivi” che poi portano a una reazione aggressiva/difensiva dall’altra parte – sempre inonscia- che ci dà conferma della red flag che avevamo segnato
non posso fare a meno di pensare a uno, tra i tanti “giochi” relazionali che racconta Berne, ovvero il THBFDP (ti ho beccato figlio di puttana) 🙂
un saluto e buon lavoro
Laura