Qualche anno fa il mio maestro mi fece leggere un breve scritto di Augusto Monterroso, scrittore guatemalteco, che propone il mito di Ulisse in una versione paradossale: il “povero” Ulisse che, schiacciato dall’ossessione di Penelope per la tessitura delle tele, che la impegnava e la estraniava dalla relazione coniugale, si distraeva andando per mare. Dunque, non più Penelope che nell’attesa spasmodica di Ulisse si distrae tessendo, ma Ulisse che cerca di scappare dall’ossessione della moglie.
Certo le storie mi incuriosiscono da sempre, per la loro potenza descrittiva — certo — per la capacità di interrogarci in modo figurato e analogico — ovviamente — ma anche per un altro aspetto, ovvero il loro rapporto con la realtà. Da sempre convinto che la vita non vada affrontata con troppa serietà, rimango sempre affascinato dalle tante realtà, dalle tante verità che possono emergere dagli stessi fatti “oggettivi” che abbiamo di fronte.
Dunque, la nostra capacità di raccontare storie ci aiuta a pensare a un mondo in cui non ci sono verità immutabili, Verità con la maiuscola. “Ciò che è razionale è reale”, ci dice l’idealismo, da Hegel a Croce, inseguendo un luogo in cui le opinioni pian piano scompaiono, folgorate dalla luce senza ombra della Verità. Ma, se così fosse, allora raccontare storie non avrebbe significato e, a volte, cadiamo in questo inciampo, quando ci diciamo: “Non raccontiamoci storie, le cose stanno così…”. “Non raccontiamoci storie” come a dire “Non cadiamo negli inganni che ci allontanano dalla verità”, ma quando la verità è inaccettabile, quando i dati crudi della realtà ci dicono che abbiamo pochi mesi vita, che siamo stati licenziati, che abbiamo perso una persona cara, che chi amiamo non ne vuol più sapere di noi?
Allora raccontarci storie ci può aiutare, anzi a dirla tutta ci salva, ci porta in un mondo dove qualche luce ci può essere, un mondo in cui Speranza, l’istanza più irrazionale, che però ci fa da custode intimo, che ci tiene lontani dal fondo del pozzo, possa lenire la solitudine.
Ci sono poi due tipi di storie che ci raccontiamo: alcune sono consapevoli, ma altre — quelle che qui ci interessano — sono storie inconsapevoli e che non realizziamo esserlo, che scambiamo per verità, meccanismi di difesa nevrotici e non solo che però leniscono il passaggio difficile: “Meno male che sono andato in pensione perché negli ultimi tempi il lavoro era diventato impossibile!”, “Meno male che sono uscito di casa perché coi miei genitori non si poteva più vivere!”… Come ci dicessimo che tutto sommato è andata bene: mentre la Verità ci dice che il percorso era finito, concluso, e si doveva separarsi, la storia rilegge questo evento e ce lo consegna sotto una luce più attenuata. Quindi la terapia, la crescita, la consapevolezza finalmente toglieranno questi inganni e ci faranno finalmente dire le cose come stanno, “pane a pane e vino al vino”?
Nella mia esperienza di “strizzacervelli” e, lo devo confessare, anche dal punto di vista personale, il punto penso che non sia contrapporre le storie alla verità, in una ricerca manichea della seconda a scapito della prima. A volte la consapevolezza profonda della situazione, il sentimento di non aver scampo, di essere ormai segnati dal passaggio inevitabile, ci può far scegliere un raccontarci delle storie che ci conforti nel cammino, che riesca a fare appello a un bisogno di conforto che ci risollevi dalla solitudine dell’abbandono cercando quel “Sitio” (Giovanni 19.28), “ho sete”, pronunciato dal Cristo in croce.
Ogni volta che ci apprestiamo a cercare di aiutare le persone che abbiamo vicino, siano esse nostri clienti, figli, amici, compagni di vita, abbiamo dunque una duplice possibilità: possiamo trasformarci in cercatori della verità, condurli con mano ferma verso il loro personale patibolo e poi sperare che riescano a non farsi troppo male (sentendoci ovviamente integri, morali e competenti) oppure star loro accanto, aiutarli a raccontarsi storie che li tengano in piedi, magari con più rispetto per l’amore che per la verità, ricordandoci che i primi a raccontarsi storie forse siamo proprio noi. Se ne uscirebbe sicuramente con le mani sporche, con una buona dose di compromessi di dubbia moralità, insomma si rimane con la netta sensazione che per portare a casa il bambino si sia dovuto tollerare un bel po’ di acqua sporca.


