Ogni epoca giura a se stessa di essere diversa, più consapevole e soprattutto vaccinata nei confronti degli errori che hanno popolato quella precedente. Ciclicamente, la scena invece si ripete: cambiano i nomi, le bandiere, i contesti politici e sociali, ma la corrente che attraversa l’umano resta la stessa. Di fronte alla retorica muscolare, alla violenza divenuta istituzione, alla trasformazione dell’altro in problema da eliminare, torna, insistente, una domanda: com’è possibile che tutto questo possa ancora accadere?
Riflettendo intorno a questo interrogativo, mi è tornato in mente questo articolo recente dello storico Timothy W. Ryback, che ha descritto l’ascesa di Hitler come il caso emblematico di una democrazia smantellata dall’interno, senza sospendere formalmente le sue regole. Ryback chiosa con queste parole: «La grande beffa della democrazia è che fornisce ai suoi nemici mortali i mezzi della sua stessa distruzione».
Non si tratta, purtroppo, di un’eccezione, ma di una possibilità che si riattiva ogni volta che le dinamiche umane rendono allettante la delega a un’autorità: Hitler distrusse una repubblica costituzionale con mezzi costituzionali, non per inevitabilità storica, ma per una specifica configurazione senz’altro politica, ma anche umana.
Cosa voglio dire? La domanda non è solo “com’è stato possibile?”, ma anche “perché è stato desiderabile?”
A questa domanda, la storia non risponde esaustivamente: registra, spiega, documenta e ammonisce, ma non riesce a intervenire su quelle correnti interiori che rendono seducenti e attrattive la delega, la semplificazione e, in ultima istanza, la violenza. La storia, insomma, ricorda e racconta ma — facciamocene una ragione — non sempre insegna! Uno sguardo alle dinamiche interne, forse, può essere rivelatore. In periodi di incertezza e tensione, le nostre parti aggressive e distruttive vengono percepite come intollerabili, perché, per dirla con Melanie Klein, minacciano l’Io dall’interno.
Per questo motivo vengono inconsciamente espulse e collocate all’esterno, su un nemico di volta in volta differente: personaggi politici, o lo straniero, o gruppi di minoranza: oggetti psichici che sono poi percepiti come minacciosi e persecutori. Questa operazione è volta a un’estrema semplificazione che ci rassicura: il male è fuori, chiaramente identificabile, sufficientemente lontano. È allora che la complessità viene messa al bando; riflettere (etimologicamente, flettere due volte il pensiero) risulta faticoso; dialogare sembra una via troppo lunga, di fronte a scorciatoie e soluzioni immediate. Il leader autoritario non crea queste pulsioni, del tutto umane, ma le raccoglie, le strumentalizza, le mette in atto.
Les jeux sont faits: la combinazione delle due cose porta inesorabilmente a strade senza uscita e a pericolosi punti di non ritorno. La delega e l’abbandono della responsabilità divengono desiderabili perché semplificano, aiutano a scaricare odio e aggressività interni e trasformano ciò che temiamo in strumenti che altri sanno raccogliere e rendere operativi.
Certo, il processo non è così lineare. I segnali di opposizione a questo pernicioso meccanismo di delega ci sono e sono sempre più percepibili: penso ai movimenti “No Kings” o alla Global Sumud Flottilla. È in questi spazi, forse fragili ma reali, che si gioca la possibilità di continuare a vigilare sulla stanchezza del pensiero, sulla fuga dalla complessità e dalla consapevolezza di sé, per evitare di consegnare le nostre ombre a mani sbagliate.


