È quando dai un nome a qualcosa,
che quella cosa comincia a crescere.
Barbara Kingsolver
In questa nostra epoca che tende ad attribuire carattere patologico a qualsiasi malessere esistenziale, si sono perdute parole dal sapore antico.
Dove è finito il buon vecchio “esaurimento nervoso”, espressione dal significato bonariamente ecumenico che abbracciava l’insieme dei malesseri esistenziali, insomma il “male di vivere”?
Sparito, lasciando il posto a un fiorire di diagnosi rigorosamente scientifiche sempre più specifiche e dettagliate.
Dobbiamo rallegrarcene?
Certamente per quanto riguarda il progresso delle conoscenze nell’identificazione di patologie gravi, tuttavia vi sono anche esiti che giudico meno positivi. Mi riferisco alla tendenza a ridurre i disagi esistenziali a disturbi fisici, quindi affidabili alle tecniche di intervento delle scienze mediche.
Non ogni flessione dell’umore, ritiro emotivo, ripiegamento su sé stessi merita il termine di depressione, oggi usato con leggerezza per qualsiasi situazione di sofferenza, banalizzando un disagio, quello vero, molto serio.
Sembra che parole come tristezza, amarezza, malinconia non possano più essere pronunciate: un sentimento legittimo, oserei dire “sano”, di fronte a un lutto, una perdita, un evento doloroso diventa subito “trauma”, che richiede la sua pillola e il suo psicoterapeuta.
Mi capita di ricevere giovani donne e giovani uomini che vengono da me perché lasciati dal partner. E non si tratta di relazioni di lunga data, ma di rapporti abbastanza brevi di persone dai molteplici interessi, dalle molte opportunità, che hanno tutta una vita davanti, eppure incapaci di sopportare la frustrazione di un abbandono e convinte che il mio compito sia quello di cancellarne rapidamente la sgradevole sensazione.
Il dolore dell’animo deve essere rimosso come viene rimosso un male fisico, un mal di stomaco, una febbre, un ascesso che la chimica è pronta a sanare. Ancora prima di provare a elaborare il lutto della perdita vogliono l’anestetico.
La ricchezza della vita psichica viene però a impoverirsi.
Anche il dolore, certamente profondo, per la morte di un genitore giunto alla fine di una lunga esistenza, un evento nell’ordine naturale delle cose, un fatto, ahimè, inevitabile che sappiamo accadrà, non merita di essere trattato, se non in casi particolari, come una malattia.
Di fronte al dilagare di malesseri diagnosticati come disagi psichici, o presunti tali, troviamo letture, interpretazioni, tecniche di intervento differenti nelle diverse scuole di pensiero, che anch’esse tendono a specializzarsi.
In relazione all’uso sempre più frequente del concetto di trauma, notiamo, per esempio, la nascita di una nuova scuola per il suo studio e trattamento, designata dall’acronimo EMDR (Eye Movement Desensibility and Reprocessing).
Come spesso accade, l’offerta pare abbia prodotto un aumento della domanda.
Gli sbalzi d’umore vengono a volte classificati come “disturbo bipolare”, mentre l’ansia, assai diffusa e, quando non eccessiva, reazione comprensibile e normale di fronte a compiti impegnativi e importanti, viene considerata un sintomo da eliminare in ogni caso.
Calo dell’attenzione, difficoltà di concentrazione e iperattività, comuni a tanti bambini e a tanti ragazzi in età evolutiva, ciò che un tempo gli insegnanti chiamavano disattenzione e irrequietezza, sono diventate una sindrome, anch’essa con il suo bravo acronimo: ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder).
Il ragazzo ha una particolare idiosincrasia per la matematica, cosa non rara tra gli studenti?
Non si tratta di insufficiente applicazione o di difficoltà nei confronti di una materia poco amata, ma certamente di “discalculia”: scarsa motivazione e studio inadeguato vengono trasformati in disturbo psichico bisognoso di approccio psicologico.
Quanto alle fobie, assistiamo a una vera inflazione, si sono ramificate in una selva di diagnosi sempre più dettagliate: ablutofobia, aboulomania, acarofobia, acerofobia, acluofobia, acrofobia, aeroacrofobia, aerofobia, afefobia, agorafobia, aibofobia, ailurofobia, amaxofobia, androfobia, aracnofobia, atelofobia, atichefobia… e siamo solo alla lettera “A”.
Insomma, situazioni comuni della sfera affettiva ed emozionale vengono medicalizzate. Ci siamo dotati di tutta una serie di nuovi mali che richiedono l’intervento della chimica e del professionista della psiche.
Alla base del loro proliferare c’è, a mio parere, il rifiuto della frustrazione: il dolore, anche quando è risposta emotiva coerente a eventi che ci coinvolgono, non merita riflessione e analisi, deve essere espulso dalle nostre vite come una infezione maligna.
Qualcosa, tuttavia, pare si stia muovendo.
È di recente pubblicazione il DPM-3 (Manuale Diagnostico Psicodinamico, a cura di Vittorio Lingiardi, Cortina editore, 2025), alla cui stesura hanno collaborato specialisti di tutto il mondo.
Il testo incrocia la sintomatologia con le diverse fasce d’età e le risorse o debolezze della funzionalità mentale, al fine di ottenere diagnosi sempre più individualizzate che mirino alla totalità della persona, non solo alla verifica di un disturbo.
Attenzione viene dedicata anche al contesto sociale e culturale nel quale maturano le esperienze della vita psichica, in modo da poter distinguere le vere patologie dai malesseri diffusi, che meritano osservazione, ma che non vanno confusi con malattie mentali.
Frustrazione, delusione, dolore fanno parte del nostro vissuto, compongono la trama della nostra realtà affettiva ed emotiva, ci parlano di noi.
A meno di non concludere che la vita tutta è una malattia, perché duole.


