Attualità

Non chiamatela malattia mentale. Ma ascoltatela

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo da parte dell’AIEmm (Associazione per l’Integrazione e contro l’Emarginazione del malato mentale) dopo i recenti fatti di cronaca che hanno riacceso il faro sul tema del disagio psichico e della sua cura

Recenti tragici fatti di cronaca (l’accoltellamento nel Carrefour di Assago, l’uccisione del comandante della caserma di Asso da parte di un collega) hanno riportato sulle prime pagine dei giornali i problemi legati alla malattia mentale e alla sua cura. Ed ecco che già ad usare la parola “malattia” ci sentiamo incerti, sospettiamo che non sia termine corretto, che il disagio psichico non possa essere equiparato a una malattia fisica.

Quest’ultima presenta sintomi che vengono indagati e misurati con i mezzi che una sofisticata tecnologia medica mette a disposizione, così da giungere a una diagnosi certa e a una terapia secondo protocolli collaudati. Per il male di vivere non disponiamo di simili strumenti di verifica né l’individuo affetto da disagio psichico presenta sempre sintomi evidenti, riconoscibili. Magari dice: ” Non mi sento bene … Sto male … Ho paura …”, magari anche i tentativi di descrivere il proprio stato risultano fuorvianti a chi lo ascolta. Non riesce a dare voce a ciò che prova, a spiegare le ragioni o le cause del suo malessere, a descriverlo nel dettaglio. Racconta un’angoscia profonda, ma tale angoscia non ha sempre visibilità, non si traduce necessariamente in agitazione motoria, comportamenti irrazionali, gesti distruttivi. Tuttavia, anche in presenza di un atteggiamento composto e apparente tranquillità, il disagio è reale e chiede aiuto. Tale richiesta non va mai sottovalutata.

Certo, le medicine sono importanti per lenire la sofferenza, ma il grido di dolore non può essere tacitato solo con un cocktail di farmaci ben riuscito. Richiede ascolto attento e partecipe affinché il male indefinito e misterioso venga rivestito di parole e in parole si sciolga il grumo di angoscia.

Protocolli e procedure omologanti in questo caso non funzionano. È necessario partire dalla relazione terapeuta – paziente per procedere alla scelta più idonea per “quel” paziente e per “quel” momento. Le opzioni possono essere diverse – ricovero ospedaliero, casa di cura, comunità terapeutica, assistenza domiciliare – sempre nel quadro di un progetto complessivo alla persona che, prevedendo fasi diverse, si proietti nel futuro.

Dobbiamo anche avere l’umiltà di accettare l’incomprensibile del disagio psichico: comprendere l’incomprensibile è il compito del terapeuta e il bisticcio linguistico ne dimostra tutta la difficoltà. “Comprendere” non semplice sinonimo di capire, ma nel significato etimologico, dal latino con –  prehendere: contenere in sé, abbracciare, accogliere nella mente, penetrare l’animo.

Se la medicina del corpo ha come scopo la guarigione e si sente sconfitta se non riesce a ottenerla, la medicina della psiche, rinunciando all’onnipotente ambizione di guarire, si prefigge l’obbiettivo di comprendere, accogliere, prendersi cura, aiutando il paziente a convivere con il disagio.

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