Ha suscitato sdegno e sgomento la notizia dello studente bocconiano selvaggiamente aggredito da un branco di ragazzi in gran parte minorenni. Negli stessi giorni è circolata, un po’ in sordina, un’altra notizia, simile quanto a ferocia e forse ancora più inquietante: uno studente ventenne di ingegneria di buona famiglia milanese ha trovato la sua vocazione improvvisandosi “istruttore” di giovani sbandati da iniziare all’esercizio della violenza. Una violenza gratuita alla quale gode ad assistere.
Non è mia intenzione proporre qui una diagnosi personale di questo signore che conosco solo attraverso la cronaca giornalistica, ma tentare di interpretare il comportamento di un personaggio che agisca nel modo descritto. La prima impressione che mi assale è quella di una grande solitudine e di una aggressività che cova nel profondo.
Probabilmente ha fantasticato a lungo immaginando scenari di violenza e il pensiero ossessivo, divenuto intollerabile, ha preteso il passaggio all’azione. Finalmente è riuscito a conferirgli concretezza sfruttando la rabbia che ha fiutato in ragazzi soli come lui, emotivamente fragili, con un’identità incerta, senza progettualità futura.
Li recluta, li addestra, li fa sentire importanti, li premia e ne ottiene sottomissione e obbedienza, permettendo loro di scaricare pulsioni primitive.
Il sistema può ricordare l’addestramento della manovalanza da parte delle organizzazioni malavitose, ma in quel caso l’abitudine alla violenza è in funzione di una futura attività delittuosa, un mezzo per raggiungere un fine. In questo caso, invece, il mezzo è diventato fine: scippi e rapine sono solo scopi apparenti, il vero obiettivo è la violenza in sé.
Lui, “l’esperto”, trae soddisfazione dall’assistere ad atti in cui fa agire ad altri la propria aggressività, trasformando i discepoli in protesi. Si è realizzato come regista di scene ossessivamente immaginate, come puparo che dà vita alle sue fantasie sadiche. Nel vedere i giovani allievi colpire con ferocia di pugni e di calci sale l’adrenalina, poi la tensione si scarica e finalmente ecco la pace, quella del drogato che ha assunto la sua dose.
Le giornate trascorrono secondo un programma ordinato: lezioni al Politecnico, ore di studio, pranzi in famiglia, ma la sera lo studente modello sente il richiamo della notte e dei suoi “maranza”: non è più solo, diventa capobranco, demiurgo di una realtà alternativa che lo attrae.
Insomma, si dirà: una storia alla dottor Jekyll e mister Hyde. Non precisamente.
Hyde infatti non è che la parte oscura del buon dottor Jekyll, mentre il Nostro delega ad altri pulsioni negative che avverte pericolose, difendendosi dalla propria aggressività distruttiva.
Questo gli permette di rimanere in equilibrio tra due mondi, quello rassicurante di una solida quotidianità borghese e quello adrenalinico e avventuroso della delinquenza proletaria e della alterazione psichica.


