Un fotogramma dal film "Full Metal Jacket", di Stanley Kubrick. Al centro dell'inquadratura, in piedi, è ritratto dalla cintola in su un istruttore militare urlante, con espressione da invasato e un krpfen nella mano destra, mentre incede attraverso due file, una a sinistra e una a destra, di soldati in piedi di profilo, in maglietta e boxer bianchi, ciascuno con le mani tese davanti a sé, pronte a ricevere la punizione dell'istruttore.
Attualità

È nata una nuova professione: istruttore di violenza. Ce n’era bisogno?

Uno studente di ingegneria di buona famiglia milanese si è inventato la professione di “istruttore” di violenza per giovani sbandati, alle cui feroci aggressioni ama assistere. In questo modo si protegge dalla propria aggressività, che avverte pericolosa, facendola agire ad altri, che diventano sue protesi

Ha suscitato sdegno e sgomento la notizia dello studente bocconiano selvaggiamente aggredito da un branco di ragazzi in gran parte minorenni. Negli stessi giorni è circolata, un po’ in sordina, un’altra notizia, simile quanto a ferocia e forse ancora più inquietante: uno studente ventenne di ingegneria di buona famiglia milanese ha trovato la sua vocazione improvvisandosi “istruttore” di giovani sbandati da iniziare all’esercizio della violenza. Una violenza gratuita alla quale gode ad assistere.

Non è mia intenzione proporre qui una diagnosi personale di questo signore che conosco solo attraverso la cronaca giornalistica, ma tentare di interpretare il comportamento di un personaggio che agisca nel modo descritto. La prima impressione che mi assale è quella di una grande solitudine e di una aggressività che cova nel profondo.

Probabilmente ha fantasticato a lungo immaginando scenari di violenza e il pensiero ossessivo, divenuto intollerabile, ha preteso il passaggio all’azione. Finalmente è riuscito a conferirgli concretezza sfruttando la rabbia che ha fiutato in ragazzi soli come lui, emotivamente fragili, con un’identità incerta, senza progettualità futura.

Li recluta, li addestra, li fa sentire importanti, li premia e ne ottiene sottomissione e obbedienza, permettendo loro di scaricare pulsioni primitive.

Il sistema può ricordare l’addestramento della manovalanza da parte delle organizzazioni malavitose, ma in quel caso l’abitudine alla violenza è in funzione di una futura attività delittuosa, un mezzo per raggiungere un fine. In questo caso, invece, il mezzo è diventato fine: scippi e rapine sono solo scopi apparenti, il vero obiettivo è la violenza in sé.

Lui, “l’esperto”, trae soddisfazione dall’assistere ad atti in cui fa agire ad altri la propria aggressività, trasformando i discepoli in protesi. Si è realizzato come regista di scene ossessivamente immaginate, come puparo che dà vita alle sue fantasie sadiche. Nel vedere i giovani allievi colpire con ferocia di pugni e di calci sale l’adrenalina, poi la tensione si scarica e finalmente ecco la pace, quella del drogato che ha assunto la sua dose.

Le giornate trascorrono secondo un programma ordinato: lezioni al Politecnico, ore di studio, pranzi in famiglia, ma la sera lo studente modello sente il richiamo della notte e dei suoi “maranza”: non è più solo, diventa capobranco, demiurgo di una realtà alternativa che lo attrae.

Insomma, si dirà: una storia alla dottor Jekyll e mister Hyde. Non precisamente.

Hyde infatti non è che la parte oscura del buon dottor Jekyll, mentre il Nostro delega ad altri pulsioni negative che avverte pericolose, difendendosi dalla propria aggressività distruttiva.

Questo gli permette di rimanere in equilibrio tra due mondi, quello rassicurante di una solida quotidianità borghese e quello adrenalinico e avventuroso della delinquenza proletaria e della alterazione psichica.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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