Psiche

Nell’età del consumismo è ancora possibile trasformare gli oggetti in cose

In una società sempre di corsa, la possibilità di riflettere arriva quando siamo costretti all’attesa, come accade alla fermata del tram. Dove, magari, ci troviamo a pensare alle potenzialità che hanno gli oggetti di rendere la nostra realtà più espressiva

L’attesa dei mezzi pubblici può essere un momento routinario interessante. Soprattutto se c’è l’occasione di osservare fenomeni singolari: poco tempo fa, ad esempio, passeggiando avanti e indietro tra le fermate di Via Torino ed esaminando le persone intorno a me che andavano e venivano, mi sono domandata se esista una legge uniformatrice che impone di acquistare almeno un oggetto di una delle tante catene di negozi che costeggiano la strada e se sussista un tacito accordo tra passanti sul numero massimo di sguardi da concedersi. Presumibilmente uno e che sia intimidatorio, se non si mantiene una corretta distanza reciproca.  

Forse chi entra ed esce dai negozi, così come dall’account di Amazon, ricorre all’acquisto forzato per allontanarsi da condotte aggressive scatenate dai ritardi dei mezzi pubblici oppure per ritrovare una serenità perduta. Sarebbe riduttivo però fermarsi all’elenco infinito di cause che portano a quella che a volte mi pare una vera e propria bulimia dell’acquisto; si vuole invece proporre una riflessione che punta ad uno sguardo più empatico e meno di dominio verso l’oggetto. 

Come far accadere un processo simile? Remo Bodei, professore emerito di Filosofia, suggerisce a tal proposito di adottare un nuovo “orizzonte di senso”, un punto di vista altro che permetta di rendere più significante il mondo, trasformando gli oggetti in cose. Nel suo libro “La vita delle cose”, con domande intense e originali, aiuta il lettore a focalizzarsi su tale processo trasformativo che parte necessariamente dalla persona e che avviene mettendo pensiero sugli oggetti. Conoscendoli, ponendo loro alcune domande, amandoli perché singolari e unici, essi diventano cose.   

Le cose, infatti, a differenza degli oggetti, racconta l’autore “ci spingono a dare ascolto alla realtà, a farla “entrare” in noi aprendo le finestre della psiche, così da areare una interiorità altrimenti asfittica […]”. Dunque, se pensiamo che il compito dell’oggetto non si esaurisca con l’atto del comprare e dell’utilizzare e gli diamo la possibilità di raccontare di noi e delle relazioni intessute, di dare significato, di aprire a un processo creativo di cura e manutenzione, la nostra interiorità diventa vitale ed espressiva. Ovvero capace di esprimere con intensità ed efficacia un sentimento, un pensiero o una storia. 

Di conseguenza, perché non abbandonare sguardi di dominio sugli oggetti per rivolgere invece atti di amore alle cose che ci circondano?

Forse comprenderemmo meglio noi stessi e gli altri se dedicassimo il tempo dell’attesa a pensare a ciò per cui siamo coinvolti, quindi le cose di cui disponiamo e che abitano con noi, piuttosto che comprare ulteriori oggetti identici e intatti. 

Non più il dubbio amletico “essere o comprare?”, ormai superato, ma “comprare oggetti o cose?”

Educatore professionale e Arteterapeuta in formazione. Mi occupo principalmente di adulti con disagio psichico e adolescenti.

2 commenti

  • Valentino B.

    Un utile spunto di riflessione per chi, come me, spesso acquista senza pensare, senza dare valore all’oggetto comprato, in modo quasi compulsivo e “bulimico”.
    Grazie!

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