Una foto in bianco e nero, in formato orizzontale, che ritrae Harry Houdini, il celebre illusionista ed escapologo, attorniato da tanti passeggeri di una nave, mentre protende le mani coi polsi legati tra loro da un paio di manette, in piedi all'interno di una cassa aperta che sta per essere chiusa e gettata in mare.
La sirena racconta

Il bulimico affettivo e la paura della libertà

A cinquant’anni l’architetto dice basta: dopo una giovinezza sacrificata ad accudire una madre ingrata, si lancia in un’abbuffata famelica di sesso, bugie e relazioni clandestine. Ma la libertà, quando fa paura, diventa una trappola. Tra colpe da espiare, conti non pagati con l’analista e il ritratto speculare di Lisabetta, una profonda riflessione su chi baratta la propria vita pur di non crescere.

Caterina, la moglie; Laura e Francesca, le amanti; e poi Carla, Marta, Margherita, le amiche del cuore; e ancora le scopate occasionali: Mirella che fa pratica nello studio, Elena abbordata in palestra, Simona al convegno di Padova, Ester rimorchiata in un bar…
Il bulimico affettivo non è mai sazio, salta da un appuntamento all’altro: una camera d’albergo all’ora di pranzo, un incontro galante per l’aperitivo, una cena in un ristorantino fuori mano:  «Scusa, cara, ma devo assolutamente finire un progetto, rimango in studio fino a tardi…», infine il letto coniugale. Tra un’avventura e l’altra, successi professionali, importanti impegni lavorativi, responsabilità familiari, intensa vita sociale.

Dopo l’abbuffata erotica il bulimico affettivo ha bisogno di una “pausa di riflessione”: deve stare solo, si nega, si sottrae alla caccia telefonica delle sue donne, perché deve riflettere. Tanto loro aspettano, dal momento che è lui a condurre il gioco, ad avere il potere.
Da dove gli viene tanta sicurezza? Lui ha molti crediti, tutti gli debbono qualcosa, e ora vuole riscuotere.

Per anni — gli anni in cui i suoi coetanei menavano vita spensierata in attesa di finire gli studi e rimandavano l’assunzione di responsabilità familiari e lavorative — ha accudito la madre paralizzata, che ha preso a vivere con sé dopo che il padre, esaurito dalla lunga invalidità della consorte, aveva manifestato l’intenzione di ricoverarla in una struttura assistenziale. Ha programmato con inflessibile volontà la propria esistenza, scandita da pesanti doveri quotidiani: studio, organizzazione della casa, gestione dei domestici, accudimento della madre. Una madre ingrata, che mai apprezzava il suo sacrificio; una madre ricattatrice, resa aspra dalla malattia, che lo circondava di gelo affettivo, mettendo in fuga amici e fidanzate. In dieci anni — tanto è durata quella opprimente convivenza — l’architetto ricorda solo tre occasioni in cui la madre l’ha ritenuto degno di un «Grazie».

Finalmente la donna muore e gli dona la libertà, ma egli non è abituato a farne uso e subito mette su famiglia con la compagna che l’ha pazientemente aspettato; ancora doveri: professionali e familiari; arrivano presto due figli.
L’architetto è sempre irreprensibile, instancabile sia nel lavoro sia nella vita privata: perfezionista, maniaco dell’ordine, esigente con gli altri e prima ancora con se stesso, pronto a guidare con severità e sollecitudine tanto i bambini quanto quella moglie volonterosa ma imperfetta, molto disordinata e troppo emotiva. Lui invece è un blocco di ghiaccio, ma l’apparente mancanza di affettività, il perfetto aplomb nascondono forse una violenza emozionale che attende di esplodere.

E in effetti l’esplosione arriva. Ormai vicino ai cinquanta, l’architetto dice basta: si è sacrificato anche troppo, e adesso è giunto il momento di reclamare i propri crediti, abbandonarsi ai sogni mai sognati; ed ecco il bulimico affettivo che famelico ingoia e divora tutto quanto gli capita a tiro: cose, avventure, amici, donne, sesso… Una seconda vita — nascosta, furtiva, fatta di bugie, incontri clandestini, trasgressione — inizia a scorrere sotto la routine quotidiana di sempre; ma non gli basta: sente il bisogno di parlarne con gli amici e infine di farsi scoprire dalla moglie per poterle raccontare tutto, in dettaglio. La donna accusa il colpo, ma è disposta a perdonare purché venga recuperato il rapporto esclusivo. A questo punto per il bulimico affettivo si aprono tre possibili soluzioni:

A) liquidare la parentesi trasgressiva e rientrare nei ranghi;
B) interrompere il rapporto con la moglie, ormai logoro, e unirsi ad un’altra donna, tentando di conciliare sesso e affettività;
C) concedersi una vita da single brillante.

Ma il bulimico affettivo non sa decidersi, e va dall’analista in cerca di aiuto. Soffre la scissione tra sfera razionale e pulsionale, e non riesce a conciliare sensualità prorompente e sentimento.

Ma anche le sue amanti cominciano ad accorgersi dell’aridità sentimentale che si nasconde sotto
l’esuberanza sessuale e, una dopo l’altra, lo mollano. Il bulimico affettivo accarezza allora l’idea di tornare sotto le ali protettive della moglie — forse poco stimolante, ma senza dubbio presenza solida —, però la signora non lo vuole più: anche lei si è trovata un amante più soddisfacente, che ha preso il suo posto in casa, accanto ai suoi figli, e se vuole andare a trovarli, è costretto a entrare in rapporto con quell’uomo; anzi, dal momento che sono tutte persone di mondo, si siedono insieme intorno al tavolo ed educatamente discorrono, consumando la cena. La moglie l’ha messo all’angolo, e ora è lei a condurre il gioco e a fargli fare quello che vuole; come la madre, che solo così si sentiva amata. Il bulimico affettivo adesso è solo, ha perso tutte le sue donne, tutta la sua baldanza, e ha paura. L’abbuffata di libertà gli si è rivoltata contro, e lo sospinge verso il grigiore della depressione.

Raccontata così questa vicenda sembra un apologo sui pericoli della trasgressione, e la morale che se ne potrebbe trarre è quella della giusta punizione per un dongiovannismo puerile, incurante dei sentimenti altrui. Ma non è certo mia intenzione stigmatizzare da un punto di vista morale il comportamento del bulimico affettivo, né mi sono prefisso lo scopo di impartire una lezione di perbenismo. Piuttosto questa storia propone interessanti riflessioni. È evidente che la bulimia affettiva di questo signore è un tentativo di risarcimento per una giovinezza non vissuta a causa dell’egoismo materno. Nell’età in cui i giovani possono concedersi avventure spensierate, il nostro architetto era alle prese con le esigenze materne, in una gabbia che egli stesso si era costruita. Ma cosa l’aveva spinto ad accollarsi un simile onere? Il padre, dimostrando insensibilità o forse maggiore buon senso, aveva deciso che lui, il figlio e la figlia, avevano pagato abbastanza, e che era ora che la consorte, sempre più acida e recriminatoria, venisse ricoverata in una struttura sanitaria adeguata, e li lasciasse vivere. Ma l’architetto non ci sta, e si sostituisce al genitore: un super-io sadico gli impone di assolvere ai doveri di un marito devoto. Anche quando la madre-moglie muore, si infila immediatamente nella gabbia coniugale: si sceglie una compagna con connotati materni, una madre “buona” alla quale forse può raccontare tutto trovando comprensione, adatta a fare e ad allevare figli, e a tenere lontana la passione. La sua abnegazione, la sua laboriosità calvinista, la sua fredda scrupolosità hanno un’unica ragione: la paura della libertà. Per difendersene, il nostro architetto si è costruito situazioni nelle quali poter essere contenuto, poter reprimere e controllare quella emotività inquieta dalla quale temeva di venire travolto.

Ma la lunga astinenza provoca ingordigia: come il bulimico che si vergogna e mangia di nascosto, l’architetto consuma voracemente e instancabilmente rapporti sessuali clandestini, in una vita parallela accuratamente nascosta, nascondendo le sue pulsioni sotto l’atteggiamento imperturbabile e scostante. Pensa di aver diritto a un risarcimento per la giovinezza non vissuta, solo che ormai la sua reazione è fuori tempo: l’età matura non consente evasioni puerili. Forse la dura lezione lo aiuterà a crescere, a riconoscere le proprie emozioni e a non vergognarsene, a non nascondersi per consumare sesso, ma ad accettare di essere amato e di amare.

C’è un corollario curioso di questa storia. Il paziente ha parlato più volte con me del costo delle sedute di psicoterapia, ma non si è mai deciso a pagarle. Crede forse di essere in credito anche con me? In effetti è capitato che il mio studio si sia valso della sua consulenza professionale; io però la parcella l’ho sempre pagata. Ecco un fatto del tutto nuovo, oserei dire unico: il terapeuta paga il suo paziente. Il bulimico affettivo è riuscito a invertire i ruoli, certo del suo buon diritto? Oppure, una volta tanto, sperimenta il ruolo del debitore? Accetta di dovere qualcosa a qualcuno? Io taccio, e aspetto…

Del bulimico affettivo esiste anche la versione femminile. Donne dall’esistenza ordinata, tutta scuola, casa, lavoro e famiglia, molto serie, molto perbene, che a un tratto esplodono. Come Lisabetta, figlia, sorella e studentessa modello (frequenza assidua all’oratorio, impegno nei boy scouts, attività di volontariato), il cui progetto di vita si interrompe quando sta per compiere i trent’anni.
Aveva sempre fantasticato quella data come spartiacque tra giovinezza e maturità, e al suo avvicinarsi viene presa dal panico. Infrangendo tutte le regole morali della sua educazione, si dà ad avventure rischiose e spesso umilianti con inquietanti personaggi conosciuti in chat. Un’esplosione di trasgressione travolge la sua vita ben ordinata. Consuma sesso e avventure con l’atteggiamento di un’adolescente golosa e un po’ puttana, quella che non è mai stata.

L’abbuffata finisce quando il fidanzato scopre la sua doppia vita e si tramuta nel suo controllore.
Eccola dunque di nuovo nella gabbia dei comportamenti leciti e della buona educazione, con un carceriere
inflessibile che continuamente le ricorda la sua colpa.

La trasgressione è stata per Lisabetta un tentativo di emancipazione dai buoni sentimenti, dalla morale cattolica, da un’esistenza programmata? Un tentativo andato male di dare voce ai suoi bisogni più autentici, alla sua voglia di vivere? O piuttosto una strategia per farsi rinchiudere in una gabbia protettiva, guardata a vista, e rimanere così al di qua della maturità temuta?
Solo che, per raggiungere tale scopo, c’era bisogno di consumare una colpa da espiare con la perdita della libertà. In questo caso, la paura di assumersi la responsabilità della propria vita è stata un buono stratega.

Giampietro Savuto è direttore scientifico di FuoriTestata; Raffaella Crosta ne è la coordinatrice scientifica.

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