Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae da vicino la mano destra di un tatuatore, avvolta in un guanto di gomma nera, mentre traccia un tatuaggio sull'avambraccio di qualcuno.
Attualità

Alzi la mano chi non ha un tatuaggio

Dalla pura estetica al bisogno profondo di rendere visibile l’inespresso. Un’analisi psicologica sul tatuaggio come processo identitario, traccia psichica e tentativo di riparare un’assenza attraverso il corpo.

Filippo entrò in casa con passo esitante. Il caldo torrido non gli avrebbe permesso di nascondere sotto le maniche lunghe i tatuaggi che costellavano le sue braccia. Si lasciò cadere sul divano, sprofondando in una postura chiusa, come a proteggersi da sguardi che in realtà non lo stavano inseguendo. Prima ancora che i coinquilini potessero chiedergli come fosse andato il weekend, li anticipò. Disse che erano anni che non tatuava più il suo corpo.

«L’ho fatto a diciotto anni», aggiunse, come se sentisse il bisogno di spiegare quell’arte sulla pelle, così intima e al tempo stesso così esposta. Rimase in silenzio per qualche secondo, lo sguardo perso nel vuoto, come se stesse cercando nei ricordi la forza per raccontare qualcosa di sé.

Forse è proprio qui che si trova una prima risposta alla provocazione del titolo. Credo che se si chiedesse a una platea di alzare la mano a chi non ha un tatuaggio, in pochi risponderebbero. I tatuaggi, infatti, sono diventati così centrali nella contemporaneità non per la moda, né per l’estetica, né per il desiderio di apparire trasgressivi, ma per il bisogno profondamente umano di rendere visibile qualcosa che rischierebbe altrimenti di restare inespresso.

Il tatuaggio sembra nascere lì, nel tentativo di «portare alla superficie contenuti profondi», per usare un’espressione di Gustavo Pietropolli Charmet.

E infatti, quando osserviamo un tatuaggio, raramente stiamo guardando soltanto un segno. Stiamo entrando in contatto con una traccia psichica, con un frammento di storia personale, con qualcosa che chiede di essere visto pur mantenendo una parte di mistero. Ogni tatuaggio sembra oscillare tra due desideri opposti: quello di mostrarsi e nascondersi. È come se fosse una confessione muta.

C’è chi tatua una data, chi una frase, chi un ricordo, chi un simbolo apparentemente incomprensibile agli altri, come quello che aveva deciso di tatuarsi Filippo a diciott’anni. Alcuni scelgono immagini elaborate, altri segni minimi, quasi invisibili, addirittura colorati di bianco. Ma al di là delle differenze estetiche, sembra esistere una stessa spinta di fondo: quella di dare forma a qualcosa che dentro non riesce a trovare una collocazione stabile.

In questo senso il tatuaggio non è semplicemente decorazione, ma diventa processo.

Parlare di processo significa riconoscere che tatuarsi implica molto più del mero risultato finale. C’è una ricerca preliminare che consiste nella scelta del tatuatore, del disegno, della parte del corpo da incidere; c’è il tempo dell’attesa, dei ripensamenti, della decisione; e poi c’è il dolore fisico, che non rappresenta soltanto un potenziale ostacolo, ma spesso una componente significativa dell’esperienza stessa. Il tatuaggio accade attraverso il corpo e nel corpo.

Ma il processo non riguarda soltanto le azioni concrete. Riguarda anche il concetto di interruzione. Angelo Villa, in Pink Freud, descrive il tatuaggio come un segno collocato tra dentro e fuori, un punto in cui qualcosa che sarebbe potuto entrare rimane sospeso. In altre parole, laddove per esempio l’anima di Filippo non è stata simbolicamente incisa, il tatuaggio si erge a riparatore di quella assenza.

E di scritte, simboli e disegni, ne vediamo sempre di più, soprattutto sul corpo dei giovani.
«Guardami», sembrano dire quei corpi.
Ma subito dopo anche: «Riconoscimi».
E forse, più profondamente ancora: «Non dimenticarmi, sono unico».

Naturalmente non tutti i tatuaggi hanno la stessa profondità simbolica. Esistono anche tatuaggi impulsivi, estetici, imitativi, fatti durante una notte di festa. Sarebbe ingenuo romanticizzare ogni segno sulla pelle attribuendogli automaticamente un significato inconscio complesso. Eppure, persino nei casi più superficiali, resta interessante chiedersi perché proprio il corpo diventi il luogo privilegiato su cui imprimere un desiderio, un’appartenenza o una memoria.

Il corpo, in fondo, è la nostra prima superficie relazionale. È attraverso il corpo che veniamo guardati, riconosciuti, desiderati, esclusi. Ed è ancora attraverso il corpo che molte persone cercano di recuperare un senso di continuità con se stesse, esponendosi o proteggendosi.

Filippo, mentre raccontava di essersi tatuato a diciotto anni, sembrava trovarsi proprio dentro questa ambivalenza. Da un lato mostrava inevitabilmente quei segni; dall’altro parlava come se stesse chiedendo silenziosamente di non essere ridotto a essi. I suoi tatuaggi non erano soltanto immagini. Erano resti di una stagione della vita, tentativi di costruzione identitaria, forse persino forme di riparazione.

E per dirla tutta, io di sicuro non avrei potuto alzare la mano.

Educatrice professionale, iscritta all’ordine TSRM e PSTRP e arteterapeuta a modello polisegnico in formazione. Laureata con lode all’Università degli Studi di Milano, si occupa attualmente di riabilitazione psichiatrica. Ha maturato la sua esperienza professionale, come tirocinante, presso il Centro Diurno minori “Il Trampolino”, il Centro Socio Educativo per persone con disabilità “Valla”, la Comunità Terapeutica Dianova per persone con problematiche di dipendenza e la Cooperativa Pettirosso per l’assistenza domiciliare ai minori. Dal 2017 lavora presso la Fondazione Lighea Onlus , in contesti individuali e comunitari. Conduce il laboratorio di scrittura creativa e di fumetto. Accanto all’attività clinica, si occupa del coordinamento degli inserimenti comunitari e di promuovere una riflessione culturale sul disagio psichico. Collabora con Cooperativa Calypso Onlus nell’offrire interventi psiceducativi e wellbeing aziendale.

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