La nobile accattona vive in un palazzo patrizio in pieno centro: facciata settecentesca, scalinata scenografica, portiere gallonato. L’appartamento è al primo piano: grandi stanze con soffitti decorati a stucchi e pavimenti di marmi preziosi, dentro un bric-à-brac di mobili in stili disparati, ninnoli, quadri, libri, carte, stoffe, dischi, tendaggi, cuscini, suppellettili varie, che ricoprono le pareti, ingombrano ogni vano, riempiono tutto lo spazio, soffocano l’aria.
All’interno di questo guscio vive la nobile accattona, avvolta in abiti troppo larghi, il volto patrizio segnato come quello di una maschera tragica. Non riesce a separarsi da nessuna cosa: conserva tutto, lettere, cartoline, reclames, conti, appunti, giornali, fotografie, ecc., con cui va ispessendo il suo bozzolo come un clochard, un ospite di dormitorio pubblico che si porta dietro tutto il suo mondo in fagotti di stracci che lo accompagnano per le strade.
Per tutta l’infanzia e l’adolescenza è passata da un paese all’altro (Francia, Stati Uniti, Brasile…),
da una città all’altra (New York, Ginevra, Parigi…), da un grande albergo all’altro, con uno stuolo di fratelli, camerieri, istitutrici, al seguito di una madre che era una sorta di divinità nascosta, invisibile e tirannica, che su tutto vigilava anche se portava lenti spesse. La madre alloggiava sempre ai piani alti, e a lei bisognava rivolgersi in francese; i ragazzi stavano di sotto, con la servitù, e parlavano tra loro in italiano, la lingua dei disperati.
Così cresce la nobile accattona: senza nessun rapporto autentico con l’idolo materno e con un padre che dice di lei: «È sciatta, ha pessimo gusto, non la capisco».
Non c’è città, casa, luogo che senta appartenerle, non ha legami, non ha radici. L’unica cosa sua è il corpo, è lui che fa parlare: lo ingozza col cibo e lo svuota col vomito, lo trascura, lo maltratta, non lo lava…
Ma il suo diventa anche il corpo di un’attrice famosa, contesa dai fotografi, la cui immagine riempie giornali e manifesti. L’immagine altera e patinata dei rotocalchi e il corpo sformato dalla bulimia e dall’anoressia sono le forme estreme di un medesimo rifiuto: delle emozioni, dei sentimenti, del rapporto con l’altro.
Intanto ripercorre nella relazione con i figli la propria storia, come se solo vivendo come lei, fasciandosi della stessa gelida indifferenza, potesse in qualche modo riscattare sua madre. Di quella madre di cui non ha incontrato altro che il volto meduseo ora cerca di ricostruire l’immagine, per poterla finalmente conoscere, e lo fa attraverso gli oggetti: fotografie, vestiti, scarpe, diari, scatole… Segue i labili segni lasciati dalla vita vissuta per risalire all’essere della madre e trovare quell’intimità che le è stata negata. Tutto può servire e quindi nulla va buttato: la nobile accattona accumula detriti e li metabolizza: sono i frammenti di un passato disperso tra camere di albergo, spiagge alla moda, cabine di yacht, che interroga per sapere chi è e chi è stata. Forse, alla fine del lungo percorso, riuscirà anche a ricomporre la frattura tra corpo e interiorità.
Affondata in una vecchia poltrona, nella penombra del grande salone, zeppo come un deposito di mobili, la nobile accattona contempla pensosa la parete di fronte, sulla quale risplende un grande quadro, l’unica cosa fresca in quella casa polverosa: il ritratto di lei trentenne in una fotografia d’autore. Il trucco impeccabile su una pelle perfetta, il corpo snello fasciato da un abito firmato Dior: l’immagine di una bellezza algida, inavvicinabile, non toccata da emozioni e sentimenti, sottratta ai segni della vita, non sfiorata dalle miserie umane. Il corpo vivo, quello si, è un corpo vissuto: i segni di un’esistenza avara d’amore hanno scolpito sul viso rughe sempre più profonde, fino a renderlo una maschera tragica. Come se esso abbia avuto una sua autonomia, scollata dall’interiorità, sulla quale eventi, drammi, ricordi sembrano non aver lasciato traccia duratura. Questa interiorità preservata dai lutti guarda dal ritratto lontano, con occhi indifferenti.


