Si sta svolgendo in questi giorni il torneo di Wimbledon, un’occasione per vedere di nuovo Jannik Sinner in campo. L’attesa è grande, specie dopo la crisi al Roland Garros, dove, per la seconda volta, a un passo dalla vittoria, è stato assalito da un misterioso malore.
Ci sono naturalmente molte possibili spiegazioni, tutte plausibili — errori di preparazione atletica, eccesso di impegni agonistici, sovraffaticamento, picchi di calore… — ma nessuna del tutto soddisfacente. C’è qualcosa che non torna. Anche lui, come Achille, ha il suo punto debole, il suo “tallone”?
Gli accertamenti medici non hanno dato particolari indicazioni. Permane un senso di mistero.
Indiscutibile il genio tennistico di questo grande campione, la sua tecnica, la sua classe, che hanno suscitato l’entusiasmo di un esercito di fan e hanno spinto tanti, ragazzi e non, a dedicarsi ad uno sport che da elitario è diventato popolare, con immancabile tifo da stadio.
Ma Sinner non è solo questo. I media si sono rapidamente impossessati della sua figura e ne hanno fatto un’icona nazional popolare.
Un giovane bello, elegante, educato, di sani principi, serio, modesto, capace di sacrificio, affidabile, e adesso anche ricco; il tipo di ragazzo che ogni donna vorrebbe per figlio, ogni madre per genero, ogni nonna per nipote.
La pubblicità ne ha subito fiutato le potenzialità e se ne è impossessata per una serie di spot: dalla telefonia alla pasta, dal caffè alle creme per il sole…
Forse ci ha pensato l’inconscio a ribellarsi a tanta perfezione e a recuperare l’umana debolezza mediante l’insorgere di misteriosi malori.
Per alcuni aspetti mi ricorda quegli studenti superdotati — tutti 30 all’università — che, giunti a uno, due esami dalla laurea, si bloccano improvvisamente e non riescono a concludere.
A Sinner fa male non avere rivali: solo in vetta, con la vittoria già in pugno, sembra quasi aver bisogno di rallentare, di ritirarsi da un premio che nessuno è in grado di contendergli. Forse di trovare in sé il limite che al di fuori non trova? Di ricordare e ricordarsi la sua fragilità umana?
O rifiuta la figura del vincitore solitario, senza competitori?
Se potevo avere qualche dubbio, ho la conferma che l’inconscio esiste e rimane un mistero.


