Vivere la crisi, lasciare spazio al cambiamento

Se qualcosa si rompe possiamo tentare di ricucire, di rappezzare. Oppure liberarci dei resti e guardare avanti

Tanto in latino che in greco la parola “crisis” significa scelta, punto di cambiamento, momento decisivo nella evoluzione di una malattia. Risalendo alla sua etimologia, possiamo dunque considerare la crisi come un tempo sospeso, di attesa, o, usando un termine filosofico, una epochè, che prelude a una svolta, a un atto decisionale, indipendentemente dagli esiti.

Vi sono momenti topici che tutti attraversiamo e che mantengono questo significato. Si parla infatti di crisi adolescenziale, crisi di crescita, crisi della mezza età, crisi di vecchiaia…. espressioni tutte che identificano fasi della vita in cui si attuano importanti trasformazioni, che richiedono adattamento a nuovi equilibri. Ci sono poi le crisi estemporanee, dovute a cause impreviste, e queste vengono considerate negativamente, come incidenti che minacciano l’equilibrato svolgersi del percorso di vita individuale. Quale la reazione in questi casi? Cercare di porvi rimedio eliminando gli elementi perturbanti e tornando alla situazione quo ante.

Talvolta le loro origini sono apparentemente incomprensibili, ma, per quanto non se ne evidenzino le cause, le crisi non sono tuttavia casuali, nascono da istanze profonde che vanno ascoltate e portate alla luce, esigono sempre scelte.

Qualcosa si è rotto: possiamo tentare di ricucire, di rappezzare, oppure liberarci dei resti e guardare avanti. Il percorso è incerto, accidentato, spesso doloroso, ma ineludibile.

L’etimologia ci invita a riconsiderare il significato della crisi e a vedervi non qualcosa di decisamente dannoso, ma un’occasione di cambiamento. Allora l’obiettivo potrebbe non essere quello di ricomporre il presunto equilibrio perduto, ma quello di aprire a possibili scenari futuri dagli sviluppi ancora ignoti. Dovremmo solo accettarne il rischio. Molti, con l’intento di rimuovere lo stato di malessere, si rivolgono a uno psicoterapeuta, ma un bravo professionista, lungi dall’assecondare il suo paziente nell’operazione di recupero della condizione preesistente, lo guiderà piuttosto a decodificare il messaggio che la crisi gli invia: non un ritorno al passato, ma una scelta per il futuro.

Queste considerazioni mi spingono ad immaginare un diverso modo di affrontare anche la crisi del paziente psichiatrico. Attualmente, di fronte allo scompensarsi di persone affette da disagio psichico, si ricorre al ricovero, durante il quale la chimica si incarica di normalizzare il paziente nel più breve tempo possibile.  Al reparto ospedaliero con lo sguardo rivolto al “prima”, vorrei sostituire un Centro luogo di ascolto, in cui la crisi, invece che precipitosamente cancellata, venga parlata, indagata, interpretata. Penso a una comunità riabilitativa ad alto grado di assistenza, dove gli ospiti possano avere tutto il tempo necessario per elaborare il loro disagio, aiutati da professionisti convinti che il messaggio che la crisi veicola vada ascoltato. Si tratta certamente di proteggere il paziente da impulsi distruttivi, ma nello stesso tempo di lavorare per un nuovo assetto stabile, idoneo alla fase di vita che sta attraversando, spostando l’attenzione dal sintomo alla lettura complessiva della sofferenza psichica, in una prospettiva di progettualità futura.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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