“Ho visto cose…”: resoconto fedele di una settimana di vacanza con sei adolescenti

Afflitto da profondo senso di commiserazione per i miei poveri figli, vittime di un anno trascorso tra lockdown, zone rosse, gialle, arancioni, didattica a distanza, ho pensato di concedere loro una settimana di vacanza con gli amici più cari, nostri ospiti. Mi sono così ritrovato in una famosa località marina toscana, in un appartamento affittato a caro prezzo per l’occasione, con sei adolescenti, tre fanciulle di 15 anni e tre ragazzi di 17.  Ciò mi ha permesso di osservare da vicino la quotidianità di tali esseri misteriosi. Risultato: mi è sembrato di gestire da solo una “comunità terapeutica” senza, ahimè, l’autorità che compete a un direttore di comunità. Non solo: non avevo neanche il supporto dello psichiatra né quello degli psicofarmaci.

Giornata tipo: sveglia ore 12 – 13.30. Ogni tentativo di indurli ad alzarsi più presto è stato oggetto di proteste sdegnate e di diffide: “Guai a te se bussi un’altra volta… Non osare entrarmi in camera!” Cercavo di giustificali (e di giustificarmi) ripetendomi: “Beh, in fondo sono in vacanza…”. Nel frattempo, andavo a fare la spesa e mi consolavo con una pausa caffè al bar, poi iniziavo a cucinare secondo un menù rigidamente stabilito al fine di evitare qualsiasi ripetizione, sentendomi preda della sindrome di Cenerentola, senza speranza di principe o meglio di principessa.

Intorno all’ora di pranzo i giovani leoni emergono dalle loro stanze per una colazione a base di cornetti, cappuccini e spremute, dopo la quale scompaiono in bagno per dedicarsi a laboriose, quanto incomprensibili, operazioni di restauro. Finalmente, verso le 14.30 – 15, eccoli prendere posto intorno al desco, pronti a consumare il cibo da me amorevolmente cucinato. La conversazione che si intreccia tra i commensali non è di quelle che prevedano la presenza di un adulto: linguaggio e argomenti mi risultano incomprensibili. Divorano il cibo senza un ringraziamento o un commento gentile per il cuoco, poi escono lasciando le camere nel caos. 

Il disordine mi sembra proiezione del loro mondo interno, con colorazioni diverse a seconda del genere: nelle stanze delle ragazze incredibile profusione di capi di biancheria intima, in quelle dei ragazzi bottiglie di bibite e merendine mordicchiate sparsi ovunque. Riordino, ma senza esagerare – potrebbero arrabbiarsi – poi, esausto, mi abbatto su una poltrona, in attesa di rimettermi a cucinare. Il mare? La spiaggia? Mai visti.

Dopo cena incomincia la lunghissima preparazione per la conquista della notte, che si protrae fin verso le ore 11. E’ a questo punto che hanno inizio estenuanti contrattazioni per stabilire l’ora del rientro, nel corso delle quali i miei figli si rivelano sindacalisti agguerriti, pronti alla lotta dura senza paura: 12…12.30…1… 1.30…2… e così via…

Il copione prevede ospiti silenti e figli portavoce della compagnia, con atteggiamenti spavaldi e contestatori a beneficio degli amici, per dimostrare loro la capacità di tenere testa al vecchio genitore. 

Stipulato il contratto, sciamano festanti e per me comincia la snervante attesa: non riesco a dormire, faccio zapping svogliato con il telecomando… Con il procedere delle ore l’ansia cresce e si colora di fantasie sempre più inquietanti: incidenti… aggressioni… rapimenti… Verso le 2 inizio un umiliante giro di telefonate: raccolgo insulti o silenzi. I giovani leoni rientrano alla spicciolata. È allora il momento dei racconti, delle confidenze, delle confessioni, dalle porte chiuse filtrano sussurri e risate…fino alle 3…alle 4… alle 5…

Mi piacerebbe origliare, ma invece crollo, vestito, sul letto.

E’ stata un’esperienza interessante (ed educativa), ma penso che non ci sarà una seconda volta.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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