«In questa vita che vìvum de sfroos/ In questa vita che sògnum de sfroos/ In questa nòcch che prégum de sfroos/ Prega el Signuur a bassa vuus…» (Ninna nanna del contrabbandiere di Davide Van De Sfroos)
I dialetti mi hanno sempre appassionato. Se — come direbbe il filosofo — il linguaggio è la casa dell’essere, allora il dialetto, la lingua locale è, per così dire, una casa ancora più intima. Può capitare allora, come in questo caso, di imbattersi in parole particolari, che sanno ritrarre in poche lettere il carattere e la profondità di una intera comunità e forse anche di ciascuno di noi.
Nel leggere questi versi, mi colpisce il ripetere dell’espressione «de sfroos» che — in modo non preciso — potremmo tradurre con «di contrabbando». Il dialetto «laghèe»: la lingua del lago di Como, terra di confine, terra di contrabbandieri, di gente pericolosa, con un piede nella legalità e l’altro invece… La canzone mi colpisce molto e come tutte le forme di arte parte dal particolare e arriva all’universale, alla radura dell’essere; è la ballata di una madre che parla col figlio e insieme aspettano che il padre torni da una notte di speranza e insidia al contempo («prega la luna di non farlo catturare/ prega le stelle di orientarlo nel cammino/ prega il sentiero di riportarlo a casa»).
Certo, a me il contrabbandiere piace un sacco, così come mi piacciono tutte quelle persone opache, difficili da capire, maledette e scaltre allo stesso tempo. Per noi, persone educate al rispetto delle regole, alla buona educazione, alla «dura lex sed lex», il contrabbandiere ispira invidia e al contempo ammirazione, e poi rabbia e paura, insomma un caleidoscopio di sentimenti.
Allora «de sfroos», che si contrappone all’ortodosso «de bun» (per bene), mi sembra essere un toponimo dell’esistenza, una indicazione di navigazione in terre insidiose, dove il pericolo è sempre in agguato, dove le geometrie non sono necessariamente euclidee, dove occorre imparare l’arte del vivere e del sopravvivere, del rispetto dei valori di dentro, a volte contro la legge di fuori.
In questa epoca di leggi fatte dal potere, per il potere e con l’arroganza del potere, in questo squarcio di secolo in cui sembra che essere affaticati, poveri, fragili sia una vera e propria colpa, da lavare a volte col sangue e la deportazione, nelle notti di inverno in cui sembra che anche la nebbia e il freddo vogliano dire la loro, a me sembra che vivere, sognare e addirittura pregare «de sfroos» sia un vero atto rivoluzionario, la riprovevole e insidiosa strada di chi non ha l’ardire di attribuirsi onori e gloria, di essere dalla parte dei giusti, ma ha il coraggio di beffare il mondo dei seri, di riportare la vita e il suo senso sulla linea di confine, e oltre.


