Una fotocomposizione che ritrae al centro, davanti a uno sfondo bianco con dei pattern azzurri, un medico umano in tutto e per tutto, in bianco e nero, che però, al posto della testa, ha un notebook aperto, con lo schermo che mostra dei grafici al tratto arancione davanti a uno sfondo nero.
Attualità

Nostra Signora degli Algoritmi: perché l’AI non potrà mai sostituire il corpo e il silenzio nella terapia

Dall’ironia disperata di un paziente alla pretesa di codificare il comportamento umano: una riflessione sul perché l’empatia, i respiri e la complessa alchimia delle relazioni sfuggono alla logica fredda dei dati e dei manuali digitali.

«Dottore, che mi dice, ho già comprato la corda… C’è un simpatico tutorial su Internet che spiega tutto: il nodo, lo sgabello, la trave… roba seria». Ride a crepapelle il mio interlocutore, ride così tanto che la segretaria, quando esce e se ne va, mi dice: «Forte il tuo paziente, allegro e simpatico».
Io, mentre lui mi dispiega con ironia disperata tutto il suo dolore, tutta la sua angoscia che però veste i panni del clown, incontro i suoi occhi; lo guardo con dolore, preoccupazione. Lascio al mio corpo, ai miei sguardi, le risposte; ogni tanto lo tengo agganciato facendo anche io qualche battuta, ma poi di nuovo arriva il silenzio e la “cognizione del dolore” (come direbbe quel tale…).

Passano i giorni e, a contarli bene, anche le settimane. Nasce una bella relazione, le idee malsane piano piano si allontanano e lasciano il posto a tanti progetti, a quel mondo nuovo che paradossalmente proprio il suicidio cerca di raggiungere: un mondo che solo la prospettiva di chiudere con questa vita può aprire. A distanza di un paio di anni, con questo mio “amico” abbiamo poi parlato della sua ironia, del suo essere intrappolato in una gabbia circense. «Dottore, tu non hai mai parlato del fatto che dico cazzate, non mi hai mai chiesto perché rido… perché io e te lo abbiamo sempre saputo».

In redazione spesso discutiamo di come, in fondo, possa o meno l’intelligenza artificiale essere un surrogato psicologico efficace; d’altra parte si tratta solo di seguire il discorso, di fare domande, di ottenere informazioni. Allora ci poniamo la domanda: «In un caso come quello esaminato poc’anzi, cosa avrebbe risposto il nostro collega “virtuale”?». E mi chiedo anche se sia possibile in qualche modo addestrare la nostra AI, se sia codificabile e decodificabile il comportamento umano in modo da essere riducibile a una dimensione verbalizzabile.

Certo, il caso portato è forse un caso limite, ma non ci deve fuorviare la pesantezza e la drammaticità della dinamica suicidaria. Il punto non è questo:

il punto fondamentale sta nella tracotante illusione (almeno a noi sembra così) di poter prendere decisioni strategiche, di poter decidere se dire e cosa dire, se fare e cosa fare, solo sulla base di parole, di domande e risposte. E il corpo? E i silenzi, i respiri, gli sguardi?

A noi sembra che ci siano cose che — per fortuna, diciamo — sono assolutamente insostituibili. La relazione terapeutica, ma in fondo ogni relazione, si fonda e si sostiene su una delicata alchimia, su messaggi che arrivano da lontano e da luoghi in cui le parole non hanno giurisdizione; in cui le decisioni che il terapeuta prende non rispondono alla logica, ma arrivano da quella fluttuazione dell’attenzione che nessuna macchina può replicare.

«Qui nessuno c’ha il libretto di istruzioni…», come direbbe Ligabue. Dunque, nell’attesa che qualcuno scriva il manuale di come si deve vivere in modo retto e normale, aspettando che Nostra Signora degli Algoritmi ci conduca con mano ferma sulla retta via, a noi non resta che rimanere qui, col passo dell’ubriaco, a fidarci solo del nostro naso e della nostra pancia, a pescare nel torbido sperando di non farci troppo male.

Massimo Buratti è direttore della comunità psichiatrica Lighea, psicologo, psico-oncologo, formatore, supervisore, filosofo, criminologo, docente a contratto dell’Università Bicocca - Lecco - Facoltà Medicina e Chirurgia, docente Cofil - Università Ca’ Foscari - Venezia, docente a contratto della Fondazione Policlinico Irccs San Matteo - Pavia. Giuliana Torre è psichiatra e psicoterapeuta; si occupa da anni delle tematiche legate all’adolescenza.

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