Anni fa c’era uno che cantava: «Voglio una vita esagerata, di quelle che non dormi mai! Voglio una vita di quelle che non si sa mai». Ora, sempre lui, sempre il mitico Vasco, canta: «Ed è proprio quello che non si potrebbe fare che farei, ed è proprio quello che non si direbbe, che direi».
Spesso mi capita di parlarne con persone “diversamente giovani”, come le chiamo io (altri li chiamano boomer, altri più semplicemente ultracinquantenni), che cerco di aiutare, e mi sembra che, al di là della citazione, dietro a questa cosa si nasconda uno squarcio di senso dentro al quale vale forse la pena di guardare.
Nel viaggio della vita siamo partiti, almeno la nostra generazione, col coltello tra i denti: dopo l’infanzia entriamo nell’adolescenza carichi di energia, ormoni, eros. La vita la mangiamo, anzi la dilaniamo, sentiamo il sapore acre e metallico del sangue che ci scorre nelle vene. I giorni non bastano mai, il riposo è solo un breve pit-stop nella corsa della vita, di tutto cerchiamo di fare incetta esagerata. È la malattia dell’assoluto, come direbbe Kernberg: in ogni campo, in ogni dimensione della nostra vita tutto deve essere enorme, sensazionale, potente. Intendiamoci: assoluto non necessariamente vuol dire tanto, a volte per esempio abbiamo così tanta fame che decidiamo di smettere di mangiare, così tanta voglia di cambiare che vorremmo morire per farci un altro giro.
Poi il tempo passa, i “domani” divengono “ieri”, il riposo diviene obbligo e non scelta, sentiamo di avere meno forza, meno fame, meno assoluti da inseguire. Allora accade che si vada in crisi, che si cerchi in tutti i modi di rianimare il nostro “noi” che vuole la vita spericolata, ma tutto questo appare difficile, fallimentare, talvolta patetico. Per come la vedo io si tratta di una crisi importante, di un momento di svolta, una possibilità di rilettura, di reinterpretazione; così, oscillando tra la nostalgia di quando si poteva e le nuove necessità, intraprendiamo una strada in cui ci sembra che ci sia solo la rinuncia come soluzione per poter andare avanti.
Ma la via della rinuncia mi sembra solo la superficie di questa riflessione: a pensarci bene non si tratta di rinunciare, ma di cercare di penetrare più in profondità, di attendere che il senso si disveli, anziché rincorrerlo.
Non è più roba da eroi: finito il tempo dei pompieri che si gettano nel fuoco e salvano, è arrivato il tempo dei giardinieri, che pazientemente seminano, curano, sostengono e custodiscono la vita che cresce, che va oltre.
D’altra parte la conquista della lentezza, della misura, a me sembra tutt’altro che una resa, un fallimento: mi sembra ci consegni la possibilità di difenderci meno, di avvicinare di più la paura, in altri termini di imparare a morire – già, possiamo dirlo: uno degli obiettivi della nostra vita è anche e forse essenzialmente imparare a morire.
Morire però non è solo l’evento morte: imparare l’arte del morire, a mio modo di vedere, è entrare a fondo nelle cose, terminare ciò che iniziamo, assaporare il senso di tutte le cose, non contrapporci ma imparare dalle avversità, prendere atto dei limiti, resistere alla tentazione di dividere il grano dal loglio, il buono dal cattivo, il giusto dall’errato.
Allora ben vengano i “potrei” e i “farei”, non più come elementi deboli, ma come espressione di quella prudenza verso la vastità della vita che apre alla saggezza. D’altra parte colui che teme il mare è proprio il marinaio esperto.



Un commento
Ivo Bracciali
Ho letto con interesse, è un insieme di cose sensate reali, in ogni riga traspare una declinazione di situazioni in cui specchiarsi