Una storia vera: Gianluca è un ragazzino sveglio, intelligente, secondo alcuni forse anche troppo.
Fa la quinta elementare ed è il terrore delle sue maestre, della sua classe: dice le parolacce, non sta fermo un attimo, aggredisce, talvolta fisicamente, anche le maestre; insomma, è un “terrible one”, come direbbero gli inglesi.
Il caso è noto nella città in cui abita e anche i genitori degli altri compagni di scuola spesso lo osservano con sguardo scandalizzato e truce.
Il padre, militare di professione, viene trasferito in una città veneta, e con lui la famiglia. Gianluca allora comincia la scuola media nella nuova città: voti buoni, comportamento corretto, si presenta come affabile, deciso, appassionato e veloce più degli altri, ma nulla di particolarmente eclatante.
Verso la fine del primo anno di scuola media il preside (è lui che mi racconta questa storia) riceve dalla città natale di Gianluca, dalle scuole elementari di appartenenza, una comunicazione che lo informa di un errore nella trasmissione della scheda di rendimento di Gianluca: per un caso di omonimia non era stata trasmessa la scheda giusta, ma quella di un altro allievo. Il dirigente allora viene a sapere del passato (forse sarebbe meglio dire dei “precedenti”) di Gianluca, ma, saggiamente, decide di non informare i docenti.
Questa storia mi ha colpito molto, così come ha colpito anche il preside col quale ho avuto modo di riflettere a lungo su come le aspettative, la narrazione del caso, della persona, possano o meno essere elementi utili nel passaggio di consegne nel percorso di crescita.
Noi siamo un racconto, ci ripeteva sempre il professor Eugenio Borgna, mente illuminata e illuminante di una psichiatria gentile, della psichiatria dell’ascolto e dell’intimità, del silenzio e della cura.
Ciascuno di noi è dunque una storia, un insieme di narrazioni che dà coerenza al proprio vivere, che dà senso al proprio vivere, che ci protegge dalle peggiori paure e che ci orienta come un faro nei giorni bui.
Non importa essere buoni o cattivi, giusti o sbagliati; occorre però sapere chi siamo, e questo sapere chi siamo emerge sempre dall’incontro con l’altro, l’altro che ci vede, ci misura, ci restituisce identità.
Anche noi però nel guardare l’altro cerchiamo stabilità e coerenza, cerchiamo senso, talvolta a scapito delle possibilità di immaginare l’altro in un altro modo. Il primo della classe viene dunque incastrato nell’impossibilità di sbagliare, il cattivo viene tenuto ancorato alla sua immagine. Quante volte nel mio lavoro con le insegnanti sono stato colpito da espressioni come: «Ma cosa è successo mai oggi! Hai fatto tutto bene!», come a dire «Hai tradito l’aspettativa di fallimento scritta nella tua storia».
«L’oggetto persecutore viene mantenuto nell’immobilità dal perseguitato», ci ripete la psicoanalisi, dicendoci insomma che il comportamento spesso è bloccato da un incrocio di aspettative e narrative che tolgono alla persona la possibilità di cambiare strada, di far vedere cose diverse.
Che fare dunque? Come uscire da questo dedalo?
Forse occorre abituare le persone che lavorano con le relazioni (insegnanti, educatori, “strizzacervelli”) a fare i conti con un ignoto sempre presente anche nelle situazioni più note, ovvero a cercare sempre di guardare dietro al palcoscenico, di immaginare storie diverse, di praticare un non sapere che divenga base dell’accoglienza dell’altro da sé.
Così facendo, procedendo col passo dell’ubriaco, possiamo accostarci al mondo dell’altro con la curiosità bambina del non sapere, e l’altro ci potrà indicare la propria strada, il proprio mondo e, insieme, potremo cercare una nuova storia.


