«Meglio essere ricchi e in salute che malati e in povertà!». Chissà chi di voi ricorderà Catalano, il trombettista e caratterista di Quelli della notte, il celebre programma TV di Renzo Arbore degli anni ’80. Disarmavano i suoi aforismi, la fiera della banalità, presagivano già un futuro imminente, un futuro in cui la chiacchiera — così come ci dice Martin Heidegger — sarebbe stata di casa.
A mio avviso però la nostra contemporaneità, la fretta nevrotica della quale siamo quotidianamente prede, la necessità di comprendere il contenuto dall’etichetta, ci ha davvero preso la mano in un modo che mi sembra inaspettatamente originale. Tendiamo sempre più a confondere la superficialità con la semplicità, a dare più attenzione a come le cose vengono dette, alla sicumera con le quali le diciamo, anziché fermarci a riflettere sulle pieghe del dire, sulle crepe della narrazione che invece, molto spesso, ci possono aiutare a entrare in contatto con quegli abissi di senso che ci avvicinano sempre di più alla sostanza della nostra esistenza.
Mi sembra addirittura che la ricerca della “giusta confezione” del parlare abbia invertito la rotta, mi sembra che ciò che ora giudichiamo banale o scontato, alla “Catalano”, abbia di caratteristico non tanto un contenuto banale, non tanto discorsi scontati, ma un modo di parlare, di vestire, di filmarsi… Un mondo alla rovescia, dunque, un mondo in cui il pacchetto è più importante del contenuto e questo si sa.
Però poi penso invece a tutte quelle pagine che sento mi hanno cambiato il corso del cammino e come a me immagino a tanti altri. Ciò che ci rimane nella testa — o forse sarebbe meglio dire nel cuore — ciò che lavora dentro di noi e ci spinge in una direzione anziché nell’altra, funziona in modo analogico e non concettuale…
Per alcuni sono le poesie, per altri le immagini, per quasi tutti le storie, le metafore, dai miti alle parabole, dai graffiti all’arte povera; immagini semplici, banali si direbbe, ma che agiscono dentro, che ci interrogano, ci scuotono, ci rassicurano o a volte ci inquietano.
«Hai voluto la bicicletta, pedala!», «Non piangere sul latte versato!» e poi afferrare il vento, correre inseguiti dalla propria ombra…
Che banalità: è ovvio che una volta che abbiamo acquistato la bici, ci tocca di pedalare, ma siamo sicuri che si stia parlando di questo? Ciò che spesso reputiamo banale, invece, è l’opportunità di sprofondare in un sottosuolo di nuovi significati, di nuove connessioni, più intime, sganciate dallo spazio e dal tempo, di insegnamenti eterni e immutabili.
D’altra parte, lo sappiamo che quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito; sarebbe bello invece avere il coraggio del saper perdere tempo, l’empietà dell’essere distratti, fuori fuoco e cominciare finalmente a pedalare…


