«Dove è finita l’avventura?», si chiedeva Fabio Genovesi in un articolo di qualche settimana fa (in La Lettura, 19 luglio 2026). La nostra epoca, schiacciata dal cumulo di informazioni che ci raggiungono in tempo reale dalle telecamere ovunque appostate, da droni, navigatori satellitari, dalla rete dei social, presto dalla AI, si rivela nemica dell’avventura, che richiede il mistero, ama il rischio, l’imprevisto, gli infiniti accidenti del caso. «Spesso mi incanto davanti alle immense praterie disponibili ai narratori di un tempo, quando gran parte del mondo era ignota e quindi tutta da raccontare», scrive l’autore con nostalgia.
Ma già Leopardi lamentava…
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.
Nostri sogni leggiadri ove son giti […]
Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta; […]
(Ad Angelo Mai)
…rimpiangendo le fantasie antiche di una geografia favolosa e di una natura organismo vivente animato da presenze divine.
Ciò che viene mostrato nell’immediatezza, all’ossessiva ricerca della inquadratura che meglio certifichi la “verità”, non può più essere raccontato.
Il racconto implica infatti un’interpretazione soggettiva e quindi il dubbio sulla sua veridicità. Non gli interessa la verità, ma l’invenzione.
Mi ha colpito l’analogia con quanto avviene in una psicoterapia: il paziente propone il suo racconto, il terapeuta sa bene che non ha a che fare con la verità, ma lo segue nel suo farsi di seduta in seduta come espressione di un percorso di conoscenza e risultato di una ricerca inquieta.
Qui non valgono regole scientifiche, protocolli, ricette manualistiche. Neanche il terapeuta ha una verità da proporre, solo dubbi, ma offre al suo paziente l’opportunità di raccontarsi, di costruire e narrare la propria vicenda, ovvero di vivere la sua avventura con i rischi, le sorprese, i pericoli, le scoperte che comporta, senza certezze su come finirà.
Queste osservazioni acquistano ulteriore significato quando si tratta di pazienti affetti da patologie gravi, persone caratterizzate da inerzia, ritiro sociale, per le quali non c’è storia perché il futuro è morto.
Si tratta allora di rianimarle, di riportare individui interrotti nella storia, riallacciando la trama di un racconto sospeso.
In questo caso l’avventura è collettiva: coinvolge psichiatra, psicoterapeuta, educatori di comunità, operatori di Centro Diurno, e la conclusione ha alterne fortune, perché ogni percorso è unico, ogni esito incerto.
Qualcosa, comunque, si rimette in moto: la vita ha di nuovo qualcosa da raccontare, forse può diventare un libro da leggere.
Tale spazio di libertà creativa appare oggi minacciato dalla diffusione di terapie online e dall’efficienza onnisciente dell’intelligenza artificiale. Sapremo difenderlo?


