«Ero depresso, così mi sono iscritto a un gruppo di terapia per persone depresse. Fin da subito mi sono sentito meglio, dopo quasi sei mesi stavo veramente bene e pensavo che la depressione fosse in qualche modo evaporata… A questo punto però i miei amici del gruppo mi hanno buttato fuori, perché stando bene non ero più depresso, e ora sono tornato depresso come prima!»
Questo, che è un monologo comico di Antonio Cornacchione, rappresenta uno dei tanti rischi del cambiamento, ovvero quello di non riuscire più a sentirsi se stessi, di dover fare i conti con un altro da sé mai visto prima. Infatti, anche nel caso in cui il cambiamento ci porta a stare meglio, dopo aver fatto i conti con il passato e con la ferita dell’anima spesso facciamo una gran fatica a fare i conti con una nuova dimensione, con una rinnovata immagine di noi che però non abbiamo ancora visto, non sentiamo come solida e nella quale facciamo fatica a identificarci.
L’identità: una vecchia partita sempre aperta, una dimensione in cui c’è chi noi siamo o pensiamo di essere, il crocevia di tutte le rappresentazioni di noi.
L’identità si costruisce su tutte le dimensioni del nostro essere, ovvero ciò che pensiamo di noi, ciò che gli altri pensano di noi, ciò che pensiamo noi quando reagiamo a ciò che gli altri pensano di noi. Il primo fu Kurt Lewin, psicologo sociale degli anni ’60 del secolo scorso, che con la sua Social Label, ovvero etichetta sociale, cercò di introdurre al fatto che il comportamento umano non dipende solo da ciò chi le persone sono, ma anche da ciò che incontrano per strada, dall’immagine di sé che gli attribuiscono gli altri e che nel tempo finisce per diventare identità, copione, immagine fissa e costante di sé.
Allora il bambino etichettato come agitato riceverà conferma ogni volta che il comportamento sarà agitato, mentre le volte che sarà tranquillo e sereno il tutto verrà annoverato come eccezionale, non importante, fino a quando lui stesso si sentirà se stesso nell’immagine che gli altri hanno confezionato per lui. Dunque sembra di sentire lo scrittore Pessoa che soleva dire agli amici: «Ditemi chi sono!»
Nei percorsi di crescita questa dinamica, ovvero questo attaccamento alla propria etichetta e immagine anche quando questa è connotata da disfunzionalità e sofferenza, in molti casi è molto chiara. La psicanalista Julia Kristeva scrive un libro interessante, dal titolo Il sole nero. Profonda metafora quella del sole nero, ovvero di una stella che attrae e scalda con la sua oscurità. In fondo, anche la dimensione più oscura della malinconia, o meglio melanconia (dal greco Melan-Kolè, ovvero bile nera), per chi la vive, se da un lato rappresenta un inferno che quotidianamente occorre attraversare, dall’altro finisce col rappresentare una dimensione conosciuta che nella sua oscurità quasi ci rassicura.
Sembra davvero bizzarro, a pensarci, ma spesso la paura maggiore è quella di una dimensione nuova, ignota, mai provata, rispetto a cui lanciarsi appare impossibile, esiziale. Questo spiega molte cose, per esempio la fatica che fanno le persone che seguiamo in terapia a effettuare transizioni stabili verso una dimensione nuova. Molte volte capita di dover rassicurare il paziente che di fatto non sono possibili cambiamenti, che in fondo si rimane gli stessi, magari riuscendo a sopportarsi di più.
A questo punto la parola chiave non è più cambiamento ma trasformazione: si rimane gli stessi ma ci si apre al nuovo e ci si permettono esperienze che vanno in discontinuità con la vecchia immagine, ma non propongono un cambio repentino di identità.
Allora, silenziosamente e senza che il conservatore imprigionato dentro di noi se ne accorga, iniziamo il nostro cammino nella direzione del sole (quello vero).


