Foto di scena dallo spettacolo teatrale "Terzo Tempo". Al centro del palco, davanti a uno sfondo completamente buio, ci sono Lucia Vasini e Paolo Hendel che fingono di andare in auto (alla guida c'è Hendel). La foto è di Asia Ludovica Serpe.
Attualità

L’arte di invecchiare (senza arrendersi): perché questa commedia teatrale andrebbe recitata nelle RSA

Tra risate, colpi di scena e un pizzico di surreale follia, la storia di Costanza e Domenico diventa una terapia di gruppo contro la rassegnazione. Un invito a scardinare l’ordine asettico dei luoghi di cura per riscoprire il valore del sogno, del progetto e dell’utopia anche nella terza età.

Si tratta di quel genere di opera che si suole definire “commedia brillante”: si ride, si ride molto, ma di un riso che apre alla riflessione. Terzo Tempo, andato recentemente in scena al teatro Franco Parenti, è tratto da un testo di Lidia Ravera, con Lucia Vasini e Paolo Hendel, regia di Emanuela Giordano, e dovrebbe essere rappresentato in tutte le RSA.

La trama in breve. Un uomo e una donna seduti a un tavolo. Sapremo che si tratta di ex coniugi, Costanza e Domenico, che hanno mantenuto buoni rapporti e affetto reciproco e che ogni martedì si incontrano a cena al ristorante. Adesso si trovano in un ex convento che la donna ha ereditato, un grande edificio in rovina, isolato, privo di luce elettrica, che emana però un antico fascino. Evocano ricordi comuni, si confrontano e si scontrano, solidarizzano e si contraddicono, parlano del presente e del futuro, riflettono sulla vecchiaia e la morte, alla presenza del figlio e di una giovane donna, incuriositi e partecipi. Hanno entrambi varcato la soglia della terza età. Ci potremmo aspettare un bilancio dolce-amaro delle loro esistenze, in un clima crepuscolare che prelude al ripiegamento dell’esistenza. Niente di tutto questo. Il dialogo è vivacissimo, ricco di umorismo e di ironia, a tratti paradossale, con venature surreali e una serie di colpi di scena.

Una esplosione di vitalismo da parte di persone che non ignorano né si nascondono la realtà, sono consapevoli del declino, ma non si arrendono al tempo e non vogliono rinunciare a desideri, affetti, progetti e illusioni.

Lei fantastica di ristrutturare il fatiscente edificio e di trasformarlo in un ritrovo, una specie di comune, dove vivere insieme ai vecchi amici. Un progetto assurdo. Eppure il suo entusiasmo trascinante riesce a vincere lo scetticismo dell’uomo e a coinvolgerlo nella folle impresa. Nonostante l’età che avanza, c’è ancora un futuro da inventare. Nonostante l’età che avanza, si può continuare – o forse iniziare – a sognare.

Ho scritto all’inizio che questa commedia dovrebbe essere recitata nelle RSA.
Questo pensiero mi è nato da una visita recente.

Un grande edificio per circa 200 ospiti, architettura moderna, ottime attrezzature, personale preparato, organizzazione efficiente. Insomma il meglio del genere.
Eppure…
Odore di disinfettante, aria di ospedale.
Aria di ospedale nei lunghi corridoi rigorosamente bianchi.
Aria di ospedale negli spazi comuni dall’arredamento funzionale, ma anonimo.
Aria di ospedale nelle stanze dall’impeccabile pulizia, tutte uguali.
Aria di ospedale nei rigorosi ritmi del programma giornaliero.

Un’organizzazione fatta per tranquillizzare, placare, sopire, cullare… controllare e pulire. Penso sarebbe bene disarticolare tanto ordine e rilanciare il movimento, valorizzando le risorse residue degli ospiti: un po’ meno perfezione e un po’ più di vita. Questo testo teatrale potrebbe funzionare da terapia di gruppo per proporre una logica diversa da quella che presiede a strutture intese troppo spesso come luoghi di accompagnamento alla morte. Ci insegna il valore dell’utopia, ci invita a non smettere di immaginare, anche cose impossibili.

Ci offre una bella lezione sull’arte di invecchiare.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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