Si tratta di quel genere di opera che si suole definire “commedia brillante”: si ride, si ride molto, ma di un riso che apre alla riflessione. Terzo Tempo, andato recentemente in scena al teatro Franco Parenti, è tratto da un testo di Lidia Ravera, con Lucia Vasini e Paolo Hendel, regia di Emanuela Giordano, e dovrebbe essere rappresentato in tutte le RSA.
La trama in breve. Un uomo e una donna seduti a un tavolo. Sapremo che si tratta di ex coniugi, Costanza e Domenico, che hanno mantenuto buoni rapporti e affetto reciproco e che ogni martedì si incontrano a cena al ristorante. Adesso si trovano in un ex convento che la donna ha ereditato, un grande edificio in rovina, isolato, privo di luce elettrica, che emana però un antico fascino. Evocano ricordi comuni, si confrontano e si scontrano, solidarizzano e si contraddicono, parlano del presente e del futuro, riflettono sulla vecchiaia e la morte, alla presenza del figlio e di una giovane donna, incuriositi e partecipi. Hanno entrambi varcato la soglia della terza età. Ci potremmo aspettare un bilancio dolce-amaro delle loro esistenze, in un clima crepuscolare che prelude al ripiegamento dell’esistenza. Niente di tutto questo. Il dialogo è vivacissimo, ricco di umorismo e di ironia, a tratti paradossale, con venature surreali e una serie di colpi di scena.
Una esplosione di vitalismo da parte di persone che non ignorano né si nascondono la realtà, sono consapevoli del declino, ma non si arrendono al tempo e non vogliono rinunciare a desideri, affetti, progetti e illusioni.
Lei fantastica di ristrutturare il fatiscente edificio e di trasformarlo in un ritrovo, una specie di comune, dove vivere insieme ai vecchi amici. Un progetto assurdo. Eppure il suo entusiasmo trascinante riesce a vincere lo scetticismo dell’uomo e a coinvolgerlo nella folle impresa. Nonostante l’età che avanza, c’è ancora un futuro da inventare. Nonostante l’età che avanza, si può continuare – o forse iniziare – a sognare.
Ho scritto all’inizio che questa commedia dovrebbe essere recitata nelle RSA.
Questo pensiero mi è nato da una visita recente.
Un grande edificio per circa 200 ospiti, architettura moderna, ottime attrezzature, personale preparato, organizzazione efficiente. Insomma il meglio del genere.
Eppure…
Odore di disinfettante, aria di ospedale.
Aria di ospedale nei lunghi corridoi rigorosamente bianchi.
Aria di ospedale negli spazi comuni dall’arredamento funzionale, ma anonimo.
Aria di ospedale nelle stanze dall’impeccabile pulizia, tutte uguali.
Aria di ospedale nei rigorosi ritmi del programma giornaliero.
Un’organizzazione fatta per tranquillizzare, placare, sopire, cullare… controllare e pulire. Penso sarebbe bene disarticolare tanto ordine e rilanciare il movimento, valorizzando le risorse residue degli ospiti: un po’ meno perfezione e un po’ più di vita. Questo testo teatrale potrebbe funzionare da terapia di gruppo per proporre una logica diversa da quella che presiede a strutture intese troppo spesso come luoghi di accompagnamento alla morte. Ci insegna il valore dell’utopia, ci invita a non smettere di immaginare, anche cose impossibili.
Ci offre una bella lezione sull’arte di invecchiare.


