Come (non) parlare della guerra ai bambini

Quando i fatti del mondo sono terribili, è lecito prendersi un tempo prima di parlarne ai bambini?

A un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, riesco a scrivere qualcosa sul tema che mi sta tanto a cuore: come parlare ai bambini a proposito di quello che sta accadendo.

Ho lavorato tanti anni in un reparto di Oncoematologia pediatrica, comunicando ai bambini la loro malattia, le prognosi infauste, i piani di terapia, la perdita dei capelli… convinta dell’importanza di parlare coi bambini di tutto, di aiutarli a digerire anche gli aspetti più difficili della realtà.

Io stessa sono stata una bambina a cui non è mai stato nascosto nulla di ciò che accadeva, per quanto le comunicazioni non fossero oggetto di grande attenzione da parte degli adulti che mi circondavano, poco capaci di adattare le parole alla mia età: da questa esperienza sento di aver comunque tratto delle risorse e  ho sempre ritenuto che il coraggio e l’impegno di dire la verità ai bambini, con un linguaggio adatto al loro sviluppo, li aiuti ad acquisire un senso di padronanza sugli eventi, di partecipazione, di appartenenza al clima emotivo familiare e sociale, anche quando  sfavorevole. Capire le espressioni facciali dei genitori, sentire di poter chiedere e poter parlare, costituisce a mio avviso un fattore di protezione anche nei tempi più difficili. Ricordo esattamente tutte le domande che ho posto e non hanno ricevuto risposta: sono state poche e mi hanno incentivato a leggere precocemente, a usare il vocabolario, a superare il limite di quelle non risposte che quasi mi offendevano. Tuttora sono convita che la curiosità sia caratteristica della parte più sana della nostra personalità, precursore di apertura e accettazione, e che in quanto tale meriti di essere accolta e favorita.

Quindi, quando è iniziata questa guerra, mi sono messa subito a pensare, a cercare le parole per parlarne con mia figlia: ma mi sono ritrovata spiazzata e in difficoltà, come se nella ricerca di come e cosa dire mi accorgessi via via che non trovavo metafore, immagini, termini adatti. 

Forse ognuno di noi ha a che fare con contenuti che lo mettono in scacco: possiamo allora accettare che non ci sia modo di trasmetterli in modo digeribile ai bambini, se prima non ci siamo messi al sicuro noi?

Se prima non siamo rientrati nella famosa “finestra di tolleranza”, ovvero quello spazio ok in cui riusciamo a stare a contatto con ciò che arriva dal mondo esterno senza attivare i nostri sistemi di allarme?

Mi sono detta che dovevo parlare della guerra a mia figlia, prepararmi nel caso fosse emerso il tema coi miei piccoli pazienti… ma in questa pressione che sentivo, mi sono chiesta se fosse davvero la mia parte adulta-genitoriale ad attivarsi così, o se la fretta fosse la reazione di una mia parte bambina e spaventata che deve parlare il linguaggio dei grandi per credere di padroneggiare gli eventi.

La mia parte adulta-quella vera- mi ha concesso allora di avere pazienza: la comunicazione è un processo, non un evento singolo e la verità rischia di essere un boccone incandescente se non rispettiamo i nostri tempi e non la facciamo raffreddare un pochino prima di masticarla. Per questo è passato un mese da quel “scriviamo qualcosa su come comunicare la guerra ai bambini”: perché per una volta rivendico il bisogno di tacere finchè non siamo pronti a parlare.

Certo, si potrebbe obiettare: quindi facciamo finta di niente? Possibile davvero che non possa fare niente? I bambini sentiranno le notizie, magari ne parlano a scuola, come la gestiamo?

Beh possiamo esserci, intanto. Possiamo abbracciare, rassicurare, accogliere. Possiamo respirare e insegnare a respirare, perché la vita è un respiro alla volta. Possiamo chiedere ai nostri bambini una volta in più come stanno, cosa pensano, cosa li preoccupa. Possiamo dire la nostra verità, la mia ad esempio è che io non ci capisco niente ma farò del mio meglio per portare la pace attorno a me, col mio lavoro, col mio essere mamma, cercando di essere gentile con le persone che incontro, mandando un messaggio in più agli amici, facendo una telefonata in più ai miei parenti.

Possiamo cercare di non sbottare quando i nostri bambini fanno i capricci, possiamo guardare meno i social e passare più tempo a passeggiare con loro e fare progetti insieme. Possiamo guardare meno le notizie e organizzare dei mini party in casa, possiamo cantare con loro e per loro. E magari tutto questo, che peraltro compone la nostra vita attimo dopo attimo, riattiverà il nostro sistema affiliativo, abbasserà il terrore e le difese, e i nostri bambini si rispecchieranno in questo e insieme accoglieremo quel che viene.

Non è raccontare bugie, non è fare finta di niente, è fare spazio: se il nostro cuore è pieno di scorie, di paure presenti e passate, prima bisogna spazzare, fare ordine, creare uno spazio da riempire di tenerezza e compassione: da quello spazio sono fiduciosa che emergeranno le parole giuste. 

Elisa Accornero

Psicologa psicoterapeuta, si occupa di età evolutiva, genitorialità, trattamento dei traumi e psico oncologia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.