Parthenope è un film su Napoli, ma soprattutto sulla giovinezza.
La fanciulla sirena che ne è protagonista incarna l’anima della sua città, di cui porta l’antico nome, ritratta in bellissime immagini, ma esprime soprattutto l’incanto fugace di una stagione della vita. Attraversa lieve tempi e luoghi, incrocia persone e storie, destando ovunque un’onda struggente di desiderio, bellissima e inafferrabile.
Osserva con occhi ora curiosi, ora tristi il mondo che si agita intorno a lei, il suo sguardo intenso registra gioia e dolore, conosce il dramma e la leggerezza spensierata, si posa sul sacro e sull’osceno, ma non si ferma, passa oltre, come vento leggero che accarezza e svanisce in un soffio.
Parthenope è inconsistente come un miraggio, è illusione di felicità.
Anche se non viene risparmiata dalla tragedia e infrange antichi tabù – il rapporto semi incestuoso con il fratello e il suicidio di lui, l’oltraggio del sacro – conserva l’innocenza naturale, come una creatura non toccata dal male del mondo, inconsapevole della responsabilità che l’agire comporta. È portatrice di una bellezza che nulla può intaccare, ma è incapace di costruire futuro.
Vive di emozioni e rilancia il desiderio, ma non conclude, come la mitica sirena non evolve nel tempo perché conosce solo l’eternità del presente.
Per poter operare nella società ed entrare nella Storia dovrà abbandonare il luogo dell’innocenza ignara: diventerà adulta lontano dal suo mare, strappandosi all’incanto di una città magica, la terra senza tempo del mito che ha cullato la sua giovinezza.
Parthenope (2024), regia di Paolo Sorrentino, con Celeste Della Porta, Gary Oldman, Silvio Orlando, Luisa Ranieri, Stefania Sandrelli


