Un particolare di un’illustrazione di John Tenniel che raffigura Alice, la protagonista del romanzo di Lewis Carroll “Alice nel paese delle meraviglie”, in piedi di fronte a un tavolino con una piccola chiave posata sul piano rotondo. Alice regge con la mano destra e il braccio corrispondente sollevati una bottiglietta piena di un liquido di colore arancione scuro, con un’etichetta con la scritta “DRINK ME” (“Bevimi”) legata al collo. L’illustrazione era originariamente in bianco e nero, ma questa versione è colorizzata.
Psiche

Il farmaco: veleno o pozione magica?

I farmaci non producono solo effetti chimici, ma possiedono anche un grande valore simbolico. Per questo assume particolare importanza la relazione con il terapeuta che li prescrive, il quale deve sia contrastare paure e sospetti, sia ridimensionare aspettative miracolistiche

Non si intende parlare delle virtù chimiche delle medicine, ausilio indispensabile nella cura della malattia mentale, ma discutere del loro valore simbolico, fattore non trascurabile del successo della terapia. Anche noi, formati dal pensiero scientifico, non siamo infatti esenti da quelle misteriose suggestioni di natura magica, ereditate da un lontano passato, che continuano a operare a livello inconscio.

Fiducia nel farmaco e in chi lo prescrive è senza dubbio garanzia di efficacia; diffidenza e sospetto, al contrario, non giovano certo a un’assunzione convinta e serena.

“Veleno” e “pozione magica”, evocati nel titolo, sono gli estremi di tutta una gamma di posizioni intermedie.

Alcuni pazienti vivono il farmaco come una sostanza estranea, potenzialmente pericolosa, introdotta nel corpo, forse capace di alterare la loro personalità, forse di produrre una mutazione; una sostanza che attiva fantasmi, il che genera paura e rifiuto. All’estremo opposto si colloca la fantasia illusoria di un farmaco dotato del potere magico di donare la guarigione.

Il farmaco ricorda al paziente che ha un disagio. La sua accettazione passa attraverso la dolorosa, talvolta faticosa accettazione della malattia, è riconoscimento del proprio bisogno di cura.

Ecco perché le modifiche del dosaggio sono passaggi delicati.

Ci sono pazienti che, invertendo causa ed effetto, non considerano la riduzione del dosaggio conseguenza di un miglioramento, ma vedono in essa la prova della guarigione.

Grande importanza rivestono le parole del terapeuta, che deve valutare attentamente chi gli sta di fronte per trovare le parole più adatte. Suo compito è spiegare chiaramente gli effetti collaterali della terapia, rassicurare rispetto alle paure e ridimensionare le aspettative miracolistiche.

Il farmaco ha i caratteri di un vero e proprio oggetto transazionale, ovvero di un oggetto che entra a far parte della relazione affettiva terapeuta-paziente. Per questo, anche se non esiste un manuale di istruzioni, l’unica regola efficace per un esito positivo, al di là delle diverse modalità di approccio, è affidarsi all’empatia per riuscire a comunicare il messaggio: io mi sto prendendo cura di te.

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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