«Infermiera quarantenne di Roma narcotizzava il figlio quattordicenne per poter fare sesso con lui, lo filmava e poi mandava i video all’amante».
Questo il titolo che ci troviamo di fronte, a un anno dai fatti, con il processo in corso nei confronti della donna e la relativa condanna in primo grado a 10 anni.
A volte — purtroppo dovremmo dire spesso, ultimamente — la realtà supera di gran lunga la più fervida e perversa delle fantasie.
Di fronte a una storia come questa rimaniamo attoniti, afasici, disorientati.
Certo non siamo gente dal palato sopraffino, facciamo un mestiere che spesso ci ha messo e mette davanti a cose impensabili, «Cose che voi umani…», come direbbe Rutger Hauer in Blade Runner. Fino a questo punto però non ci sembra di essere mai arrivati, abbiamo come l’impressione che questa volta si sia andati al di là del bene e del male, anzi oltre l’aldilà.
Così, senza accorgerci, un centimetro al giorno, siamo scivolati nel più profondo degli abissi, in quella notte scura di hegeliana memoria in cui tutte le vacche sono nere: brodo primordiale in cui tutto si confonde, tutto si sovrappone, perde di tridimensionalità, tutto diventa la peggiore delle superfici, ti sporca, ti acceca, ti disarma.
Ci sono atti che offendono la morale, atti che violano le leggi, atti osceni, atti di ribellione; qui però andiamo oltre, a noi sembra che la casa in cui ciascuno di noi abita e si riconosce, la casa in cui ognuno trova le coordinate minime per potersi pensare umano, questa volta non abbia subito danni: sembra proprio che il tutto sia crollato, sotto il peso schiacciante di vite violate e oltraggiate.
Dunque a tenere il centro della scena è l’inaudito, è il mostruoso nella sua accezione originaria di “mai visto prima”.
Anni di studio e di pratica per cercare di comprendere e non giudicare, di sospendere la categoria del giudizio, di vedere la fatica e il limite anche nel comportamento più aberrante, ci sembra che qui vengano sottoposti a una prova di stress durissima. Si ha come la sensazione che si rischi un’altra volta di proporre più narrazioni là dove forse occorre solo mettere un argine, a costo di sfociare nel moralismo, nel bigottismo o in altre forme di deformazione dell’opinione.
Noi tutti che siamo sicuramente figli, alcuni anche padri o madri, dovremmo cercare di comprendere una madre che narcotizza il figlio, che gli fa violenza e che poi condivide i video col proprio amante? Una parte di noi vorrebbe sicuramente costituirsi parte civile, vorrebbe reclamare il danno incalcolabile all’imago generale di una genitorialità violentata da queste realtà.
Potremmo però cercare di accostarci a questa cosa seguendo la strada che ci indica Hanna Arendt quando, in Alcune questioni di filosofia morale, ci esorta a non lasciarci fuorviare dall’onda emotiva che l’orrore crea in noi, a resistere alla voglia di risarcire quell’umanità perduta a cui siamo di fronte.
Svestendo degli aspetti orrorifici questi racconti, cercando di non farci trascinare nelle profondità mefitiche della perversione, ci si para innanzi uno spettacolo di una totale e profonda desolazione. Forse stiamo assistendo al trionfo di un’apparenza che sostituisce l’esistenza, di una volontà di dominio che si è sostituita a quello che un tempo era amore, a un genitore che immola il proprio figlio anziché proteggerlo a costo della propria vita.
Alla fine dei conti forse quest’ultima narrativa è ancora peggiore della prima e qui non basta chiedere risarcimento, qui bisognerebbe ripartire dal “Via”!


