Giulia, la vittima; Elena, l’Antigone; Filippo, l’omicida; dinamiche patriarcali, un minuto di silenzio e poi tanto rumore.
I fatti accaduti e ancora in corso (gli interrogatori, le confessioni, la rinuncia a incontrare il figlio da parte dei genitori di Filippo) hanno sollevato un moto, non troppo unanime, di voci, opinioni, letture critiche, analisi cliniche e criminologiche. Quel che mi colpisce maggiormente, in queste ore, è che si discuta, ci si accapigli, ci si ritrovi su fronti opposti. È successo anche nella nostra redazione: siamo tutti d’accordo sull’efferatezza dei fatti, ma se proviamo a parlarne sembra che inciampiamo ogni volta nelle nostre stesse parole, quasi impossibilitati a trovare quelle giuste a esprimere ciò che pensiamo. Incespichiamo, non troviamo una chiave e ne attribuiamo la colpa all’altro.
Non posso fare a meno di chiedermi cosa accade in questo serraglio: lo dico perché io mi sento senza parole, ascolto le voci e mi sembra quasi che tutto arrivi e si fermi sulla porta della mia casa, senza entrare. Ciò che entra è il dolore, quello di tutti i coinvolti, e questo mi lascia muta, senza pensieri. Sento anche la paura, a tratti, pensando ai miei figli, ai nostri figli e a quello che facciamo o non facciamo per loro. Quando apro la porta, mi domando quindi cosa sta succedendo fuori.
Accade, in primo luogo, che ci si divide: baruffe e prese di posizione discordi, nell’affannosa ricerca di una soluzione che risponda all’emergenza in corso. Giulia chiedeva insistentemente questo: come fare. “Vorrei sparire dalla sua vita ma non so come farlo” dice in un vocale. E allora noi che guardiamo, oggi, offriamo il nostro suggerimento, come se fosse ovvio, o magari meno ovvio, ma fattibile. Ognuno, poi, ha il proprio rimedio e considera sbagliato quello dell’altro. Divisivo.
Accade, poi, che ci sia una parola che catalizza tutti i discorsi: patriarcato. L’etimologia ci rimanda a una duplicità: la seconda parte della parola, archein, significa infatti comandare, governare, ma anche principio, origine. Una parola che rinvia all’assetto della nostra società, decisamente da riformare. Che si sia d’accordo o meno col fatto che il patriarcato c’entri in questa storia, poco importa: lo si nomina, lo si mette in discussione. Catalizzante.
Oltre a questo, accade che la “pancia” del Paese inneggi alla vendetta: “Lasciatelo libero Filippo, che ci pensiamo noi”, si sente dire da più parti (nei programmi radiofonici serali più ascoltati, per esempio). Qualcun altro addirittura lo prende a esempio, minaccia una donna e viene subito arrestato; qualcuno, ancora una volta, uccide. Esplosivo.
Divisi e in conflitto; focalizzati su un tema che ha a che fare con il comando, il governo e con l’origine di tutte le cose; rabbiosi e spietati; in silenzio e attoniti, tutti guardiamo ai fatti che riguardano Giulia. E alimentiamo una gran confusione.
A me pare, a qualche livello, che abbiamo tutti perso Giulia. Siamo anche noi in lutto per lei.
E a me pare che abbiamo tutti un figlio come Filippo, pieno di un odio, in grado di generare una forza brutale, che annienta, insieme a Giulia, ogni cosa.
Siamo però così affaccendati, presi dall’urgenza di fare e dire qualcosa e così legittimamente arrabbiati, che non ci occupiamo della perdita e del dolore che questa perdita genera in noi. “Il lutto non può dare luogo a processi di sostituzione” (Recalcati), non può cioè essere maniacalmente sostituito dal fare, dal dire, dallo sbranare.
Il processo del lutto deve incontrare l’assenza e ha bisogno di tempo, principalmente. E necessita, anche, della memoria che ci permetta di ritrovare l’umano, anche dove sospettiamo non ve ne sia più traccia. Da questo incontro con la perdita (di entrambi i figli), io credo possano nascere – lentamente, progressivamente – pensieri, riflessioni, parole che ci tengano uniti, per comprendere e affrontare i fenomeni complessi e complicati del nostro tempo.


