Giulia, tra silenzi e tanto rumore ci stiamo dimenticando del lutto

Una foto che ritrae una donna con il volto coperto dalle mani che tiene nella posizione con cui si chiede, negli sport soprattutto, una pausa: la destra in orizzontale sopra la sinistra in verticale, che appoggia le falangi al centro del palmo della destra.
L’uccisione di Giulia Cecchettin ha catalizzato l’attenzione e alimentato la discussione, spesso polarizzando posizioni e punti di vista. Ma in questa urgenza di comunicare il nostro pensiero stiamo forse lasciando indietro ciò che conta

Giulia, la vittima; Elena, l’Antigone; Filippo, l’omicida; dinamiche patriarcali, un minuto di silenzio e poi tanto rumore.

I fatti accaduti e ancora in corso (gli interrogatori, le confessioni, la rinuncia a incontrare il figlio da parte dei genitori di Filippo) hanno sollevato un moto, non troppo unanime, di voci, opinioni, letture critiche, analisi cliniche e criminologiche.  Quel che mi colpisce maggiormente, in queste ore, è che si discuta, ci si accapigli, ci si ritrovi su fronti opposti. È successo anche nella nostra redazione: siamo tutti d’accordo sull’efferatezza dei fatti, ma se proviamo a parlarne sembra che inciampiamo ogni volta nelle nostre stesse parole, quasi impossibilitati a trovare quelle giuste a esprimere ciò che pensiamo. Incespichiamo, non troviamo una chiave e ne attribuiamo la colpa all’altro.

Non posso fare a meno di chiedermi cosa accade in questo serraglio: lo dico perché io mi sento senza parole, ascolto le voci e mi sembra quasi che tutto arrivi e si fermi sulla porta della mia casa, senza entrare. Ciò che entra è il dolore, quello di tutti i coinvolti, e questo mi lascia muta, senza pensieri. Sento anche la paura, a tratti, pensando ai miei figli, ai nostri figli e a quello che facciamo o non facciamo per loro. Quando apro la porta, mi domando quindi cosa sta succedendo fuori.

Accade, in primo luogo, che ci si divide: baruffe e prese di posizione discordi, nell’affannosa ricerca di una soluzione che risponda all’emergenza in corso. Giulia chiedeva insistentemente questo: come fare. “Vorrei sparire dalla sua vita ma non so come farlo” dice in un vocale. E allora noi che guardiamo, oggi, offriamo il nostro suggerimento, come se fosse ovvio, o magari meno ovvio, ma fattibile. Ognuno, poi, ha il proprio rimedio e considera sbagliato quello dell’altro. Divisivo.

Accade, poi, che ci sia una parola che catalizza tutti i discorsi: patriarcato. L’etimologia ci rimanda a una duplicità: la seconda parte della parola, archein, significa infatti comandare, governare, ma anche principio, origine. Una parola che rinvia all’assetto della nostra società, decisamente da riformare. Che si sia d’accordo o meno col fatto che il patriarcato c’entri in questa storia, poco importa: lo si nomina, lo si mette in discussione. Catalizzante.

Oltre a questo, accade che la “pancia” del Paese inneggi alla vendetta: “Lasciatelo libero Filippo, che ci pensiamo noi”, si sente dire da più parti (nei programmi radiofonici serali più ascoltati, per esempio). Qualcun altro addirittura lo prende a esempio, minaccia una donna e viene subito arrestato; qualcuno, ancora una volta, uccide. Esplosivo.

Divisi e in conflitto; focalizzati su un tema che ha a che fare con il comando, il governo e con l’origine di tutte le cose; rabbiosi e spietati; in silenzio e attoniti, tutti guardiamo ai fatti che riguardano Giulia. E alimentiamo una gran confusione.

A me pare, a qualche livello, che abbiamo tutti perso Giulia. Siamo anche noi in lutto per lei.

E a me pare che abbiamo tutti un figlio come Filippo, pieno di un odio, in grado di generare una forza brutale, che annienta, insieme a Giulia, ogni cosa.

Siamo però così affaccendati, presi dall’urgenza di fare e dire qualcosa e così legittimamente arrabbiati, che non ci occupiamo della perdita e del dolore che questa perdita genera in noi. “Il lutto non può dare luogo a processi di sostituzione” (Recalcati), non può cioè essere maniacalmente sostituito dal fare, dal dire, dallo sbranare.

Il processo del lutto deve incontrare l’assenza e ha bisogno di tempo, principalmente. E necessita, anche, della memoria che ci permetta di ritrovare l’umano, anche dove sospettiamo non ve ne sia più traccia. Da questo incontro con la perdita (di entrambi i figli), io credo possano nascere – lentamente, progressivamente – pensieri, riflessioni, parole che ci tengano uniti, per comprendere e affrontare i fenomeni complessi e complicati del nostro tempo.

Alcesti Alliata

Psicologa, filosofa e formatrice. Si occupa di adolescenti e di problematiche legate all'alimentazione.

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