«Definisci bambino! Definisci bambino…», la faccia amimica, la mascella quadrata che a noi italiani dovrebbe ricordare qualcosa, occhi da pesce, vitrei e irraggiungibili.
Sono passati molti giorni da quella sera in cui in TV, durante un dibattito sulle vittime della guerra nella Striscia di Gaza, uno dei partecipanti, discutendo se molti tra i minori coinvolti potessero o dovessero essere considerati terroristi, pronunciò questa domanda, quasi a mettere in discussione lo “status” di bambino per alcune vittime. Non riesco a togliermele dalla mente quelle parole che mi hanno fatto rimanere attonito, afasico, incapace. Certe cose sembrano colpirci sotto la cintura, toglierci il fiato, scuoterci con una violenza alla quale non siamo abituati.
La parte che più mi ha colpito è stata la calma, una calma fredda, cinica, provocatoria. Allora ho visto il comico che partecipava alla discussione diventare violento, in un atto anch’esso sconvolgente ma che presto mi è sembrato un atto di incarnazione. Dunque il verbo (quel verbo) si è fatto carne, ha scosso le profondità di ciascuno e richiesto subito una reazione altrettanto carnale.
Il 20 novembre scorso abbiamo celebrato la giornata internazionale dei diritti dei bambini, ma la mia mente rimane incatenata a quelle parole. Allora, per provare a difendermi, per cercare un appiglio che eviti l’abisso, la mia mente ha preso dalla biblioteca le parole di un autore che anni fa mi sorprese e mi aiutò a fare qualche centimetro nella direzione del comprendere.
Irenäus Eibl-Eibesfeldt, tedesco dal nome complicato, etologo allievo di Konrad Lorentz, scrive un libro dal titolo curioso, Etologia della guerra, ovvero la guerra indagata da un esperto del comportamento animale.
Siamo al tempo della guerra dei Balcani e sul libro sono accostate due fotografie di Sarajevo: quella delle Olimpiadi e quella della guerra civile. L’autore si chiede come fosse possibile che persone che con ogni probabilità si trovavano a festeggiare insieme le Olimpiadi, tempo dopo si sparassero da una casa all’altra, denunciassero vicini di casa, vivessero come topi nei sotterranei, col terrore di dover uscire in strada.
Certo, c’erano un sacco di ragioni storiche e politiche ma a Eibl-Eibesfeldt interessa altro.
Cosa può rendere l’altro da noi così “altro” da divenire oggetto, bersaglio? Come fa l’uomo a uccidere un altro uomo, che caratteristiche ha la razza umana che le consentono di violare un imperativo comune a tutti gli esseri viventi, cioè quello di non lasciare che l’aggressività intraspecifica diventi mortale?
L’etologo tedesco propone il concetto di pseudospeciazione: l’uomo cioè è l’unico animale in grado di creare all’interno della sua specie altre pseudo-specie, in modo da riuscire poi a convogliare i peggiori istinti, liberati grazie al fatto che quella che viene colpita non è vissuta come la propria gente.
Allora stamattina, mentre vedevo sfilare centinaia di bambini in corteo, mentre sentivo le loro voci, il rumore di alcune trombette, tamburi, i loro slogan che reclamavano il rispetto dei loro diritti, mi sono detto che forse c’è ancora un po’ di speranza, forse sta rinascendo qualche sprazzo di umanità.
E no! Non definiamo “bambino”, non cadiamo nell’inganno della banalità del male: ovunque c’è un cuore che batte, ovunque ci sono occhi aperti che provano emozioni, che cercano di sognare, di vedere luce dove luce non c’è, noi sentiamo, vogliamo e vediamo un bambino e con lui la speranza che indomita resiste al declino.


