Una grande tela, 80 per 70: folta vegetazione di un verde cupo interrotta da lingue rosso fuoco; dal fogliame si affaccia un viso d’uomo, una figura inquietante; un profondo taglio squarcia il dipinto; i lembi li ho ricuciti io con un filo che non nasconde la lesione.
È opera di Giuditta.
Alta, imponente, capelli corvini, occhi grandi, sguardo meduseo, braccia e polsi segnati da tagli e cicatrici di bruciature. Bellissima e selvaggia: ecco come la vidi entrare nel mio studio in giorni ormai lontani.
Trent’anni, un’esistenza avventurosa e una storia di disagio psichico alle spalle.
I genitori la descrivono come una bambina gentile, ubbidiente, studiosa. Il quadro idilliaco si sgretola con una metamorfosi improvvisa e per loro inspiegabile: la figlia perfetta si muta in una ragazza ribelle, aggressiva, trasgressiva, con gesti autolesionistici e atteggiamenti provocatori. Si sospettano abusi di alcool e consumo di sostanze.
Tutti gli approcci terapeutici vengono rifiutati. Fallisce anche un tentativo di terapia familiare che rivela disturbi di personalità di entrambi i genitori. La madre attribuisce la responsabilità del comportamento della figlia a cattive compagnie e amicizie morbose e, in un delirio religioso, la porta a Lourdes, dove la fa ricoverare in una comunità terapeutica per tossici. Qui Giuditta si lega a un ospite.
Inizia un periodo turbolento fatto di falliti tentativi di convivenza, rientro in Italia, angosciose ricerche dell’amore perduto, deliri allucinatori e persecutori, ricoveri in reparti psichiatrici, soggiorni in comunità e fughe.
Cosa muove Giuditta? Cosa la agita e la fa soffrire?
Fin dalla preadolescenza si sentiva rifiutata e piena di rabbia verso i genitori perbenisti e litigiosi, dai quali voleva in ogni modo differenziarsi. Un giorno, nel corso delle liti quotidiane, aveva sentito la madre rivelare al marito, con suprema indifferenza, che lei non era figlia sua, ma di un uomo con cui aveva avuto una relazione extraconiugale. Sarà stato per quel segreto, per molti niente affatto segreto, che Giuditta diventa sospettosa nei confronti degli adulti?
Non si fida di loro. Dice: «Solo i miei coetanei possono capirmi». Dice anche: «Non mi sopporto», oscillando tra idealizzazione e sottovalutazione di sé.
Le propongo l’inserimento in una comunità terapeutica diversa da quelle precedentemente frequentate, e un programma riabilitativo. Accetta, ma per lungo tempo è sembrato un progetto senza futuro.
La svolta si è prodotta grazie allo sviluppo delle notevoli capacità artistiche presenti in lei.
Suonava il piano con grandi mani da muratore che sembravano un innesto innaturale sul suo corpo aggraziato. Suonava con passione, fisicamente, con tutto il corpo che si faceva partecipe del movimento delle dita.
E ha iniziato a dipingere. Dipingeva i suoi incubi? Certamente, ma non solo.
È stato un percorso lungo e difficile, ma alla fine una vita l’attendeva fuori, accanto a un compagno, il futuro si apriva alla speranza.
A distanza di anni ho visto gli ultimi quadri: colori vivaci, immagini meno cupe e disturbanti, qualche guizzo surreale a evocare insondabili abissi.


