Certe cose si capiscono sempre dopo, o forse questo è solo un modo per convincermi che non sono poi tanto tonto.
In una mattinata d’estate, mentre stavo facendo la mia camminata quotidiana a una temperatura non molto clemente, soprattutto per essere l’alba, pensavo: «Ma chi me lo fa fare di durare tutta ’sta fatica…». Già, la fatica sembra un concetto fuori moda, d’altri tempi, roba da gente che non sta al passo.
La mia mente allora torna a ricordi passati; sono trascorsi ormai alcuni decenni da quando io e il mio papà avemmo l’idea di mettere a posto la casa dove sarei dovuto andare ad abitare. Poco più che ventenne, il sabato e la domenica mi alzavo di buon’ora — o meglio, venivo trascinato fuori dal letto da mio padre — e si cominciava a lavorare. Spesso le cose da fare non erano fisicamente molto impegnative, ma occorreva stare lì: resistere allo scorrere del tempo, mantenere l’attenzione, concentrarsi.
Succedeva spesso che apparissi distratto, poco “sul pezzo”, come si dice da noi; allora il mio papà si arrabbiava e io, nel silenzio che ai miei tempi si tributava al padre, lo maledivo, lo compativo. Spesso avevo la sensazione che cercasse tutti i modi per fare più fatica, quasi provasse godimento nel sudore, nella ripetizione degli stessi gesti.
Il tempo passa, come dice la canzone, «a passo di Giava», e ora mi ritrovo con una certa frequenza a vestire quei panni tanto scomodi di chi propone cose fuori tempo, fuori moda, insomma improponibili.
A volte sono i figli, altre volte sono i miei giovani collaboratori o colleghi, altre volte i miei clienti: tutti lì a girare intorno alla fatica, a cercare il modo per crescere senza sudare, per conoscere senza studiare, per imparare a camminare senza inciampare. Certo, la hybris che vedo oggi nelle persone intorno a me non è altro che la riedizione della mia tracotanza, di quella spocchia di chi vuole i pesci senza pescare.
Potremmo riproporre un argomento rassicurante cominciando con il solito pistolotto sulle nuove generazioni, e bla bla bla. A me però sembra che questo sia inutile, oltre che profondamente disonesto. Allora mi chiedo: «Che ne è della lezione del padre? Cosa ci insegna la fatica?».
A me sembra che la questione della fatica stia tutta, o almeno in gran parte, nella nostra disponibilità a stare nello scomodo o, meglio, nel dis-agio. Il filosofo ci direbbe dunque che la fatica è una dis-posizione fondamentale, ovvero una forma dello stare fuori posizione. Allora, al posto di lamentarci e di cercare di evitare l’ostacolo, la lezione del padre ci invita a stare: a rimanere nello scomodo, a proferire la parola del silenzio, ad agire il passo della stasi… a stare.
Stare per poter gradualmente imparare a essere, per farsi trovare sempre presenti, sempre vivi.
In questi giorni di caldo e afa, nel cammino mattutino di domani, penso che la mia mente andrà al padre di oggi, che spesso si misura con la fatica degli anni, che mi guarda stanco con occhi buoni, pronto di nuovo a insegnarmi, con la sua sola presenza, l’ultima e forse la più importante delle lezioni.


