Psiche

Che guaio per gli psicologi! Ognuno è matto a modo suo

I nuovi pazienti sfuggono alle categorie consolidate, e costringono gli operatori ad un ascolto più attento e “personalizzato”

Non ci sono più i matti di una volta. Quelli con una costellazione di sintomi facilmente classificabili, da collocarsi all’interno di una diagnostica consolidata.

Lo schizofrenico con la sua sindrome dissociativa, i deliri e le allucinazioni; il paranoico con la sua struttura narcisistica e le idee fisse di natura proiettiva; il bipolare oscillante tra euforia megalomanica, inerzia e depressione profonda…

L’anamnesi rivelava quasi sempre insorgenza di sintomi durante l’adolescenza o la prima giovinezza, ma le famiglie avevano prima minimizzato, rifiutandosi di ammettere il problema, poi occultato per vergogna dello stigma. Si erano rivolte allo psichiatra solo quando la situazione era diventata insostenibile, anche perché la persona disturbata alza costantemente il livello delle sue provocazioni nella sfida con i negazionisti, affinché il suo disagio venga riconosciuto. Purtroppo a quel punto il paziente era ormai cronicizzato.

Oggi le persone che soffrono di disturbo psichico giungono molto prima ai servizi psichiatrici, quando si manifestano i primi segnali di disagio e non c’è ancora cronicizzazione.  Spesso l’evento scatenante è legato a un fatto che assume il carattere simbolico di rito di  passaggio all’età adulta (esame di maturità, allontanamento dalla famiglia per ragioni di studio o di lavoro; un tempo servizio militare). I segni premonitori sono sempre gli stessi: isolamento, chiusura al mondo, abbandono delle consuete attività (scuola, sport, lavoro), perdita di amici, rottura di legami affettivi, inerzia. Il disagio c’è, ma i sintomi sono confusi, non chiaramente definibili, e non consentono una diagnosi precisa, “da manuale”.

La follia si mimetizza, si nasconde, ciò che emerge è solo la sofferenza.

Chi è dunque questo paziente “nuovo” che bussa oggi alla porta del mio studio? E’ un paziente magmatico, che sfugge a una precisa definizione, che presenta aspetti contraddittori.

Sì, qualche volta può perdere il contatto con la realtà, ma è anche un perfetto organizzatore ossessivo… Ha una struttura autistica, ma nello stesso tempo è in grado di stabilire molteplici rapporti… Potrebbe sentire delle voci, ma presenta anche molti aspetti isterici… Forse delira, ma non è chiaro fino a che punto con i suoi sintomi ci giochi…

Qualcuno abusa di alcool, ma non è un alcolista; qualcuno ha fatto uso di sostanze stupefacenti, ma non è un tossicomane. In entrambi i casi l’assunzione di droghe è il tentativo di placare l’angoscia con una cura “fai da te”. Alcolismo e tossicodipendenza presunti fanno velo a un disagio di natura psichica: la patente di alcolista e di tossicomane è stata scelta perché preferibile a quella, più terrorizzante, di folle. 

I sintomi discordanti si accumulano, disorientano.

La difficoltà di diagnosi potrebbe però rivelarsi un fatto positivo, in quanto ci costringe ad un ascolto più attento, ad uno studio individuale approfondito che, senza la sicurezza di un sapere cristallizzato, ci spinga ad individuare i caratteri peculiari di questi nuovi pazienti, a coglierne l’identità, al di fuori di ogni categoria prestabilita.

Un altro elemento positivo è rappresentato dall’età, oggi mediamente collocabile, all’atto della presa in carico, tra i 18 e i 25 anni, che permette un intervento precoce, in grado di sfruttare risorse e capacità residue, evitando la cronicizzazione.

 Certo è che i terapeuti devono adeguarsi alla nuova tipologia di utenza e accantonare i collaudati metodi diagnostici, per cercare coraggiosamente nuovi approcci all’enigma di una follia che si mimetizza e si rinnova. Dobbiamo abituarci a pensare che ci sta davanti un individuo nella sua unicità, del quale dobbiamo penetrare il segreto.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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