Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae a destra un uomo di profilo, col volto rivolto verso sinistra, la bocca spalancata in un urlo di rabbia, le mani aperte con le dita ad artigliare l'aria poco sotto la faccia, davanti a uno sfondo che da grigio chiaro in alto a sinistra diventa gradualmente grigio scuro in basso a destra.
Psiche

Da dove viene quest’ira?

Che cosa scatena l’ira? Quale offesa soprattutto ferisce? Il mancato riconoscimento dell’identità di una persona, la svalutazione del suo essere. L’ira è allora richiesta di considerazione e pretesa di risarcimento.

…ed è chi per ingiuria par che adonti
sì che si fa de la vendetta ghiotto
e tal convien che il mal altrui impronti.

(Purgatorio, XVII)

Per Dante, che di queste cose se ne intendeva, tutti e sette i peccati capitali hanno come radice l’amore: amore del male del prossimo per poter emergere e imporsi, o amore eccessivo di piaceri terreni.

Gli iracondi appartengono alla prima categoria e si aggirano per la terza cornice del Purgatorio avvolti in un fumo densissimo che, per la legge del contrappasso, materializza il fumo metaforico che li ha accecati in vita.

Ma cosa scatena l’ira in persone mediamente equilibrate? La percezione di un’offesa che grida vendetta.

E che cosa troviamo alla radice di ogni offesa, qual è la cosa che più dolorosamente ferisce? Il disconoscimento della propria identità, la negazione del proprio essere.

Il mito che meglio evidenzia il divampare dell’ira, il suo scatenarsi in aggressività per poi evolvere in paranoia è quello di Aiace, l’eroe che meritava di vedersi assegnate le armi di Achille, come il più forte e valoroso guerriero, e, vedendosele sottratte da Ulisse, si sente disonorato: l’onta subita è tanto profonda che impazzisce e sfoga il suo furore facendo strage di armenti.

Lo scoppio dell’ira equivale a un grido: io esisto ed esigo di essere da te riconosciuto.

Se ciò non accade, ho diritto a un risarcimento: vendetta privata, più o meno cruenta, o, in forme più civili, attraverso vie legali.

Chi reagisce in questo modo confessa di essere stato ferito, colpito nella sua fragilità, e quindi, paradossalmente, attribuisce potere e autorevolezza all’offensore, finendo per avvalorare l’ingiuria subita.

Non a caso reazioni irose sono frequenti anche in individui preda della depressione: nella svalutazione altrui essi trovano infatti conferma alla propria scarsa autostima.

Insomma l’ira è come una cartina di tornasole che misura la nostra vulnerabilità, mostra i nostri punti deboli, là dove la ferita all’amor proprio fa più male, ci rivela chi siamo e come vorremmo essere considerati dagli altri. Chi è sicuro di sé, certo del proprio valore, è meno esposto all’ira perché meno dipendente dal giudizio e dall’apprezzamento altrui.

C’è però anche un’ira più nobile, quella ispirata dall’indignazione per l’ingiustizia, l’arroganza del potere, la violenza contro deboli e inermi, le tragedie dovute a interesse economico, egoismo, indifferenza, crudeltà, il male impunito e trionfante.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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