Uno screenshpt dal videogioco di avventura “Sable”. Al centro c'è il personaggio protagonista, ritratto di profilo mentre corre verso destra lungo una salita di grandi rocce piatte di colore giallo molto tenue. Il personaggio indossa una maschera bianca che pare fatta di osso, con due corna che spuntano e si protendono in avanti, leggermente curve, dalla fronte. La testa è coperta da un capuccio rosso che sulle spalle diventa un mantello svolazzante dietro il personaggio, che per il resto indossa un corpetto di cuoio marrone, guanti di cuoio marrone, pantaloni larghi di tela color azzurro chiaro a macchie più scure, stivaletti che salgono fin sotto le ginocchia, con parastinchi di cuoio marrone. Sullo sfondo c'è un deserto punteggiato da vegetazione a cespugli molto bassi. Dal terreno arancione salgono delle rocce molto alte, quasi delle torri, ma di forma irregolare, alcune delle sommità delle quali sorreggono la colonna vertebrale enorme e lunghissima di un animale gigantesco, con le costole della gabbia toracica che si innalzano ad arco verso il cielo sullo sfondo, di un azzurrino tenue.
Psiche

Dove è finita l’avventura? Tra tecnologia, narrazione e cura di sé

In un’epoca dominata dall’iper-informazione e dall’IA, l’avventura e il racconto rischiano di scomparire. Eppure, proprio nella capacità di narrarsi e di accettare l’imprevisto — anche all’interno di un percorso terapeutico — si cela la chiave per riattivare la vita e la libertà creativa.

«Dove è finita l’avventura?», si chiedeva Fabio Genovesi in un articolo di qualche settimana fa (in La Lettura, 19 luglio 2026). La nostra epoca, schiacciata dal cumulo di informazioni che ci raggiungono in tempo reale dalle telecamere ovunque appostate, da droni, navigatori satellitari, dalla rete dei social, presto dalla AI, si rivela nemica dell’avventura, che richiede il mistero, ama il rischio, l’imprevisto, gli infiniti accidenti del caso. «Spesso mi incanto davanti alle immense praterie disponibili ai narratori di un tempo, quando gran parte del mondo era ignota e quindi tutta da raccontare», scrive l’autore con nostalgia.
Ma già Leopardi lamentava…

[…] Ahi, ahi! Ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

Nostri sogni leggiadri ove son giti […] Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta; […]

(Ad Angelo Mai)

…rimpiangendo le fantasie antiche di una geografia favolosa e di una natura organismo vivente animato da presenze divine.

Ciò che viene mostrato nell’immediatezza, all’ossessiva ricerca della inquadratura che meglio certifichi la “verità”, non può più essere raccontato.
Il racconto implica infatti un’interpretazione soggettiva e quindi il dubbio sulla sua veridicità. Non gli interessa la verità, ma l’invenzione.

Mi ha colpito l’analogia con quanto avviene in una psicoterapia: il paziente propone il suo racconto, il terapeuta sa bene che non ha a che fare con la verità, ma lo segue nel suo farsi di seduta in seduta come espressione di un percorso di conoscenza e risultato di una ricerca inquieta.

Qui non valgono regole scientifiche, protocolli, ricette manualistiche. Neanche il terapeuta ha una verità da proporre, solo dubbi, ma offre al suo paziente l’opportunità di raccontarsi, di costruire e narrare la propria vicenda, ovvero di vivere la sua avventura con i rischi, le sorprese, i pericoli, le scoperte che comporta, senza certezze su come finirà.
Queste osservazioni acquistano ulteriore significato quando si tratta di pazienti affetti da patologie gravi, persone caratterizzate da inerzia, ritiro sociale, per le quali non c’è storia perché il futuro è morto.
Si tratta allora di rianimarle, di riportare individui interrotti nella storia, riallacciando la trama di un racconto sospeso.
In questo caso l’avventura è collettiva: coinvolge psichiatra, psicoterapeuta, educatori di comunità, operatori di Centro Diurno, e la conclusione ha alterne fortune, perché ogni percorso è unico, ogni esito incerto.
Qualcosa, comunque, si rimette in moto: la vita ha di nuovo qualcosa da raccontare, forse può diventare un libro da leggere.
Tale spazio di libertà creativa appare oggi minacciato dalla diffusione di terapie online e dall’efficienza onnisciente dell’intelligenza artificiale. Sapremo difenderlo?

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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