In un bell’articolo pubblicato sul Corriere della sera in data 7 gennaio, Antonio Scurati sostiene la necessità di convivere con la pandemia, sostituendo alla speranza trionfalistica e arrogante di guarigione “l’idea tenace, umile, industriosa di cura”, nella convinzione che “non esiste corpo SANO, ma un organismo sempre in precario equilibrio tra salute e malattia”. Leggendolo, ho pensato con soddisfazione: ci voleva un bravo scrittore per esprimere in modo efficace lo stesso concetto che ho maturato in lunghi anni di attività nell’ambito del disagio psichico.
Cosa chiedono a psichiatri, psicologi, psicoterapeuti i congiunti, genitori, figli, parenti, amici, del paziente? Che il loro caro venga “guarito”, intendendo con questa parola che venga invertita la direzione del tempo ovvero venga ripristinata la situazione precedente all’insorgere della sintomatologia psichiatrica. Il professionista onesto sa bene che si tratta di una chimera, ma si sente in difficoltà a frustrare le speranze di chi si rivolge a lui pieno di aspettative e di fiducia. Sa che il suo compito è piuttosto quello di “prendersi cura” del suo paziente, aiutandolo a conoscersi meglio, ad acquisire consapevolezza dei suoi problemi e delle sue fragilità per raggiungere un migliore controllo del proprio disagio e alla fine riuscire a conviverci.
In quaranta anni di professione ho seguito centinaia, forse migliaia, di pazienti, ma posso dire di averne “guarito” uno solo. Degli altri, però, mi sono preso “cura” e, insieme ai miei collaboratori, mediante programmi terapeutici mirati, ho contribuito a migliorarne le condizioni di vita. Gli strumenti di questo percorso sono stati comunità terapeutiche, farmaci, assistenza psicologica, attività riabilitative, finalizzati alla costruzione di un equilibrio che, pur se precario, soggetto ad improvvise crisi, bisognoso di attenta manutenzione e di periodiche ricomposizioni, permette ai più una quotidianità normale, o quasi, accanto alle persone cosiddette normali.
L’idea di guarigione è espressione dell’onnipotenza della scienza medica, che non ammette fallimenti. Noi, praticanti della psiche, abbiamo imparato l’umiltà, l’esperienza del fallimento ci ha insegnato ad accettare i nostri limiti.
Abbiamo imparato ad ascoltare il paziente e ad accompagnarlo nel suo percorso terapeutico senza pretendere di normalizzarlo, ma cercando di aiutarlo a cicatrizzare le sue ferite. Con la pazzia, una volta tenuti sotto controllo gli aspetti più debilitanti e lenita la sofferenza più acuta, ci si accorge di poter convivere con dignità, senza rinunciare a quanto la vita offre.
Le cose non cambiano di molto se passiamo da pazienti con diagnosi psichiatrica grave a persone che si recano dallo psicoterapeuta spinti dai loro problemi esistenziali. Anche costoro chiedono di essere liberati dal dolore, dall’ansia, dalla depressione, da pensieri ossessivi, da dubbi. Interrogano il loro “guru”: chiedono indicazioni su come comportarsi, pretendono un manuale di istruzioni.
Il terapeuta vorrebbe dire loro che la sofferenza fa parte della dialettica della vita, la quale non è “malata” perché duole. Sa però che il suo paziente non è pronto ad accettare questa verità. Ma sa anche che il disagio può offrirgli l’occasione per riflettere sui suoi vissuti, per analizzare sentimenti ed emozioni, per conoscersi meglio, guardandosi dentro invece che riflesso nell’occhio dell’altro, e giungere, alla fine del lavoro dell’analisi, alla consapevolezza che dolore, tristezza, insoddisfazione, patimenti, tormenti e tormentoni… gli aspetti negativi dell’esistenza non possono essere eliminati, è necessario conviverci senza lasciarsene sopraffare.
Si dirà: insomma tutto come prima, a cosa servono allora tante sedute, tanto tempo passato a parlare, tanti silenzi, tanto investimento economico? Al di là degli esiti più o meno soddisfacenti della terapia, servono almeno a capire che è giusto cercare di lenire la sofferenza e arginare il disagio, ma che il dolore non è una malattia e che dalla vita non si “guarisce”.
Queste considerazioni mi sento di poterle estendere anche all’attuale congiuntura pandemica che tutti ci coinvolge, rinunciando ad inseguire scenari ideali per la più realistica ricerca di un equilibrio tra le esigenze di una vita normale e la compagnia di un virus che, grazie ai progressi della ricerca scientifica, si può ragionevolmente sperare venga depotenziato e ridotto a malanno stagionale.


