«Fatica: sforzo prolungato nel tempo che porta a un esaurimento delle energie».
«Esaurimento nervoso: stato fisico o mentale tipico di chi sente di non avere più risorse, di non riuscire a fronteggiare gli accadimenti della vita».
A sentire queste parole si prova una strana sensazione, si sente il sapore antico di concetti ormai superati e in qualche modo cancellati dalla moderna clinica psicologica.
La categoria dell’esaurimento nervoso, per esempio, era a tutti gli effetti una macroarea che conteneva una gamma pressoché infinita di disturbi, di pieghe del comportamento e dell’anima. Certo, con categorie così vaste non si riesce a vedere bene, si è terribilmente approssimativi e volgarmente generici; oggi invece finalmente ci vediamo davvero chiaro.
Disturbo ossessivo compulsivo, disturbo da attacchi di panico, disturbo da ansia generalizzata, ansia sociale, ansia da prestazione, disturbo della personalità evitante, antisociale, dipendente, borderline, disturbo oppositivo… E mi sto fermando a quelle che un tempo chiamavamo nevrosi, poi ci sono tutti i disturbi di quello che era lo spettro schizofrenico, poi quelli dell’umore, quelli schizoaffettivi, ecc.
Il comportamento umano lo abbiamo spezzettato fino a riuscire a farlo entrare in piccoli contenitori, ognuno con un’etichetta chiara, con criteri esatti, precisi.
E se uno non ha tutti i criteri allora basta cambiare contenitore, o al limite inventarne un altro. Ma non stiamo per caso perdendo qualcosa? E nel caso fosse così, cosa stiamo perdendo?
Consentitemi una metafora: siamo in un luna park e osserviamo un’insegna in cui c’è una luce che corre avanti e indietro. A ben guardare, ad analizzare a fondo questo fenomeno, scopriamo che il tutto è un effetto ottico: è il nostro occhio che in qualche modo si inganna. Si tratta di luci che si accendono e poi si spengono, sono luci prima accese e poi spente. La verità dunque è che non c’è il movimento, e questo sembra farci tornare ai sofisti, al paradosso della freccia di Zenone, che dimostrava come il movimento della freccia lanciata nello stadio poteva essere scomposto in tanti microtratti così infinitesimali da poter sostenere che in quel tratto la freccia era ferma.
Il fenomeno totale, dunque, non essendo altro che la somma di istanti privi di movimento non poteva produrre il fenomeno. Ovviamente si tratta di onanismi (masturbazioni mentali), direbbe la psicoanalisi: il fenomeno esiste e basta guardare e fare esperienza percettiva per sostenere che sia la freccia di Zenone, sia l luce del luna park, sono in movimento.
A mio modo di vedere, una siffatta parcellizzazione del comportamento umano ha prodotto almeno due effetti difficili da recuperare.
Il primo è quello di dare alle persone una soggettività patologica che in molti casi diventa una vera e propria identità e come tale paradossalmente produce fenomeni di resistenza al cambiamento e all’adattamento migliorativo del comportamento. In fondo, siamo portati a pensare che la fatica che facciamo, lo scemare della volontà di cambiamento che spesso proviamo siano caratteristiche di questo o quel contenitore e quindi potrebbe addirittura sembrare bizzarro o ingenuo immaginare di avere il potere di fare qualsivoglia cosa. Come a dire: se sono quadrato non posso essere rotondo.
L’altro effetto — che per me rimane il peggiore, e che arriva in maggiore profondità — è quello di riuscire a far passare il concetto che qualsiasi scostamento dalla media di fatto costituisca patologia, diversità, stigma. La mia mente invece non può che tornare ai vecchi concetti di fatica ed esaurimento che sembravano innestarsi direttamente sulle difficoltà del vivere, dell’affrontare la sfida quotidiana di una vita che non può per forza di cose scorrere in linea retta. Le deviazioni di rotta, gli inciampi, i momenti di smarrimento, le cadute… tutte queste cose non sono patologie ma sono parte integrante del vivere; la risposta a questi elementi non può che essere individuale, puntiforme, unica.
Connotare le fatiche come patologia sicuramente può essere d’aiuto nella nostra professione per pagare il mutuo a fine mese, ma non fa emergere la migliore delle caratteristiche di ciascuno di noi, ovvero di essere da sempre capaci di recupero, di resilienza, di ritorno al passo.
Se poi questo ci farà perdere energie, ci prenderemo una pausa. D’altra parte, a ogni esaurimento non può che corrispondere una ripresa.


