Tempo fa ha bussato alla porta del mio studio una giovane donna che chiameremo Ester: 21 anni, figura flessuosa, grandi occhi di un azzurro incredibilmente chiaro, capelli come quelli di una nativa amazzonica.
Alle spalle tre anni di vita randagia di strada e di uso di sostanze, con per compagno un balordo spesso aggressivo, lasciato per un altro balordo fornito però di casa nella quale è stata accolta. Al momento del nostro incontro assumeva metadone.
Mi ha fatto l’impressione di una creatura senza radici, senza storia familiare, inconsapevole e indifesa, priva di identità.
«Perché è venuta da me?», le ho chiesto.
«Voglio capire».
Mi ha ricordato Bella, la protagonista del film Povere creature del regista Yorgos Lathimos, una giovane suicida che uno scienziato visionario o pazzo richiama alla vita impiantandole il cervello della bambina prossima alla nascita che portava in grembo.
Il risultato è un corpo di donna seducente con lo sviluppo di pensiero di una neonata, anzi di una bambina mai nata. Una creatura innocente che nulla sa, senza difese nei confronti del mondo che guarda con meraviglia, alla quale si deve insegnare tutto: come muoversi, come camminare, come mangiare, come vestirsi, come parlare, e poi a pensare. Quando infine scopre la sessualità la esprime in modo naturale, disinibito, libero, senza censure culturali.
Bella è come una tabula rasa sulla quale viene progressivamente scritto un testo che le conferisce identità.
Molte delle ragazze che vengono da noi, professionisti della psiche, sono “povere creature”: bambine in corpi di donna, esseri indifesi che suscitano tenerezza e insieme sgomento.
Ciascuno di noi è un intreccio di storie, quello che di noi raccontano e quello che di noi ci raccontiamo. Genitori, nonni, zii, parenti, tutti provvedono a raccontare ai bambini quella fase di esistenza di cui non possono avere consapevolezza: la nascita, i primi mesi, i primi fatti di vita. Su questo nucleo di ricordi fondativi di un’identità ognuno potrà poi costruire la propria narrazione.
Ma le “povere creature” non hanno avuto nessuno che parlasse loro delle loro origini, nessuno che le iniziasse al racconto della loro storia, nessuno, nemmeno uno scienziato pazzo, che insegnasse loro a narrarsi. Prive di solide radici, hanno cercato di colmare il vuoto identitario con le “sostanze”.
L’esperienza mi dice che un possibile cambiamento si attua quando riescono a trovare in un interesse, in una passione, in uno stimolo il filo rosso che le trascini verso una sorte migliore.
La creatura Ester quel filo rosso mi sembra l’abbia già trovato nell’amore per la letteratura, infatti le piace leggere libri che stimolino la sua fantasia, e le piace anche scrivere.
Ho cercato di assecondare questa sua passione e di rendere quel filo più forte: le ho prescritto di tenere un diario che la aiuti a dare voce al flusso delle emozioni che la attraversa.
Le storie degli altri e l’esercizio della scrittura potranno aiutarla a riconoscere la propria storia e a farne la propria narrazione?


