Le pareti della stanza dove teniamo le riunioni di redazione di FuoriTestata sono piene di quadri. Stili diversi, autori diversi, soggetti i più disparati… guardandoli, inizia la fuga del pensiero verso la prospettiva e le sue linee.
Ma perché proprio in direzione della prospettiva e non di altri elementi artistici, pur presenti in quei dipinti? Fu Brunelleschi, nel lontano 400, a introdurla nel linguaggio dell’arte, in quel periodo che tutti conoscono sotto il nome di Rinascimento. Chissà che sguardo soddisfatto e sorpreso quando l’illustre artista scoprì di poter rappresentare sul foglio lo spazio tridimensionale! Non è però una casualità che a Brunelleschi sia venuta voglia di esprimere e studiare il mondo reale nel periodo che si è riaperto ai valori e agli ideali dell’antichità. Se il famoso architetto fosse nato durante la Prima Guerra Mondiale avrebbe avuto la stessa voglia di esplorare la realtà per come si presentava?
La prospettiva, infatti, per quanto sia un’espediente artistico di misure e proporzioni, che richiama la geometria, sottende in senso figurato la capacità di utilizzare quel particolare punto di vista attraverso il quale si pensa e si progetta.
Alla prospettiva tradizionale se ne affiancano molte altre, come quella verticale, centrale… e ognuna è una spinta che metaforicamente ci porta in una direzione. Nel Rinascimento, dunque, ha trovato il terreno ideale di espressione, ma in altri periodi storici, come quello che stiamo attraversando, ha ancora ragione di vivere?
Giovani adolescenti in difficoltà o adulti con gravi diagnosi psichiatriche, ma anche persone semplicemente bloccate nel presente, se disposte davanti a un foglio bianco faticheranno a utilizzare la prospettiva. E non solo perché annoia ed è un meccanismo difficile da utilizzare. Noterete che ci si imbarca nel suo studio se in contemporanea avviene un’importante conquista psicologica: il proiettarsi in avanti. «Parlare di prospettiva equivale dunque a parlare di progettualità, di scelte per il futuro, di sogni, desideri e aspettative», sia attinenti al proprio mondo interno che al contesto in cui viviamo, dice l’arteterapeuta Cristina Giorello nella sua tesi di arteterapia a modello polisegnico.
Ed è per lo stesso motivo forse che il professore Henry Barthes, protagonista nel 2021 del film Detachment di Tony Kaye, è spesso inquadrato in primo piano, in un’ambientazione che appare senza sfondo e che amplifica il senso di un presente bloccato in cui i suoi studenti faticano ad avere un futuro ma per i quali lotta continuamente. Il professore, infatti, cerca di accompagnarli a credere in qualcosa che li direzioni nel caos dell’esistenza umana; li sostiene a scovare il proprio progetto di vita.
Dunque, credo che il pensiero si sia direzionato verso la prospettiva perché è quell’elemento, a prescindere dall’estetica della rappresentazione, che lentamente dobbiamo imparare a conquistare: per vivere questo mondo complesso, e uscirne protagonisti attivi, è necessario allearsi e allenarsi con le proporzioni, le misure, le distanze, nonostante tutto.


