Marriage Story, 2019, di Noah Baumbach racconta la fine dolorosa di un matrimonio, la guerra dura fra avvocati, la disperazione degli ex coniugi, la difficile gestione del figlio. Una delle scene più drammatiche del film è la discussione che avviene tra i due ex, che hanno già avviato la separazione e si trovano per parlare. Lei arriva, proponendo un approccio razionale, lui usa la diplomazia, ma quasi subito ogni frase apre ferite.
Entrambi oscillano tra il bisogno di essere capiti e la paura di perdere del tutto l’altro. Un crescendo emotivo, prende il via e la discussione termina con le parole di lui «Ogni giorno mi sveglio e spero che tu sia morta. Morta che se potessi assicurarmi che Henry [il figlio] non soffrisse, spererei che tu ti ammalassi, che venissi investita da un’auto e morissi».
Guardando la scena, è piuttosto chiaro che si tratta di un collasso emotivo, non di un esercizio di potere o dominio da parte di entrambi (perché anche lei, negli scambi che precedono queste parole, è molto dura): è un grido di dolore che è già violenza, ma che può diventare distruzione se non si è in grado di fermarsi.
Cosa sta accadendo all’amore? Quello che mi colpisce è la confusione: ferite, amore, rancore, bisogni, tutto si mescola insieme e l’intimità che c’era viene ora vista sotto la lente deformata della frustrazione. Il dolore non riesce più a trasformarsi in linguaggio e in possibilità di comprensione; si assiste alla rottura del codice affettivo. Quando questo accade, ogni parola è ambigua, ogni gesto diventa fraintendibile, non perché manchi la capacità di capire, ma perché entrano in gioco forze potenti e contraddittorie: il bisogno di essere compresi fino in fondo, la ricerca di un colpevole, il tentativo disperato di ritrovare un’intimità perduta e la necessità di espellere il dolore accumulato.
La confusione relazionale trova qui la sua forma più “alta”: amore, rabbia, ferite si intrecciano fino a rendere impossibile distinguere chi sta cercando l’altro e chi si sta difendendo.
La comunicazione implode: il dialogo non chiarisce, ma diventa campo di battaglia. La comprensione, che richiede ascolto ma anche e soprattutto elaborazione, diventa un miraggio. È quello che accade nel film: lui vuole essere ascoltato ma le sue parole suonano come accuse, lei vuole essere capita ma la sua chiarezza diventa tagliente. L’amore non fornisce più la chiave di traduzione delle nostre ragioni: il codice affettivo, come dicevo, è rotto.
In diverse narrazioni che avvengono nel mio studio assisto a questo processo, soprattutto tra i giovanissimi poco più che ventenni: una delle due parti (la persona che io incontro) vorrebbe quasi educare l’altro alla giusta empatia, alla comprensione della propria “verità”, e così facendo porta avanti, insieme al simmetrico comportamento dell’altro, discussioni infinite, fatte di strali e colpi cattivi. In quel luogo, dove il desiderio di spiegarsi incontra l’impossibilità di farlo, nascono parole che feriscono e al tempo stesso, forse, rivelano delle verità, che divergono, però, e fanno a pugni.
Confusione che genera incomprensione, quindi, e che diventa una trappola, perché ferirsi è l’unico obiettivo. Urlare più forte conduce necessariamente ad una forma di reciproca violenza, di distruzione dell’altro, nella ricerca affannosa di chi ha ragione. Occorre allora, io credo, riconoscere la confusione non come condanna, ma come soglia, ossia come quel punto in cui qualcosa di molto doloroso per entrambi può ancora trasformarsi. Quando l’amore non sa più come dire la propria fine, la confusione non è un errore e riconoscerla e accettarla apre alla possibilità di riorganizzare l’esperienza e di tornare a pensare l’altro come un soggetto distinto da noi.
Solo così la confusione può diventare un passaggio di frontiera, il limite sottile che dalla distruzione conduce, se lo vogliamo, alla possibilità di dare senso al dolore e alle ragioni di entrambi.


