Non si supera con i lager l’incubo dell’invasione dei migranti

L’arrivo di massicci flussi migratori provenienti dal Medio Oriente o dall’Africa alimenta paure irrazionali che nessun ragionamento logico è in grado di eliminare

Un incubo attanaglia l’Europa: quello dell’invasione. Nuovi barbari premono alle porte.
Lo spettacolo delle ondate di disperati che si riversano sulle nostre coste alimenta la paura.

A nulla valgono gli interventi degli studiosi del fenomeno che ci spiegano come flussi migratori, per quanto numericamente rilevanti, sono nulla se paragonati a una popolazione di circa 500 milioni di cittadini europei, che sarebbe in grado di assorbirli senza grandi difficoltà.

Non serve dimostrare che Paesi (Stati Uniti, Australia, Inghilterra, Francia, Germania) i quali hanno già conosciuto in passato un afflusso massiccio di migranti, se in un primo tempo hanno dovuto affrontare problemi di integrazione, ne hanno poi tratto beneficio, trasformandoli in risorsa economica.

Non convincono gli Italiani i dati diffusi dal Viminale che registrano una costante diminuzione dei crimini, compresi i reati di carattere sessuale, proprio in questi ultimi anni quando si è impennato il numero degli arrivi di extracomunitari.

Né vale ricordare, risalendo nel tempo, come, alla fine del primo conflitto mondiale, il disfacimento di due Imperi, l’asburgico e l’ottomano, e la Rivoluzione in Russia abbiano comportato milioni di individui che vagavano in un’Europa distrutta privi di mezzi di sostentamento, spogliati di tutto, senza più uno Stato di cui dirsi cittadini e che li garantisse, senza più documenti di identità validi. Eppure un continente prostrato, certo assai meno ricco dell’attuale, è riuscito a farsi carico di quell’umanità derelitta, alla quale attraverso il Passaporto Nansen veniva attribuito status giuridico.

Ma la paura non ascolta, non ragiona e non sa che farsene delle parole degli esperti:

la percezione è un’altra, complice anche una comunicazione sensazionalistica che genera allarme. Dietro a uomini, donne e bambini laceri e impauriti si profila l’ombra di un territorio immenso, che va dal Medio Oriente, con i suoi grovigli di conflitti e lo spettro dell’Isis, all’Africa subsahariana, il “Continente Nero”, con quanto di primitivo e selvaggio è stratificato nell’immaginario collettivo.

A tale ombra si mescolano il sospetto che il jihad proietta sugli individui di fede islamica, le fantasie di contagi infettivi e la propensione allo stupro attribuita agli uomini neri, come dimostrerebbero recenti drammatici fatti che hanno avuto ampio spazio di cronaca (ma i due sciagurati carabinieri di Firenze non hanno in un sol colpo pareggiato il conto?).

Certo, una massiccia immigrazione da paesi extracomunitari è la realtà che ci attende nei prossimi anni: dobbiamo convincerci che si tratta di un fenomeno strutturale e come tale va affrontato, non di un’emergenza temporanea ed eccezionale cui far fronte con provvedimenti tampone altrettanto temporanei ed eccezionali, come spesso è avvenuto finora.

Sembra infatti che tutta la discussione critica sugli effetti del concentramento sia passata invano. Che sia stato dimenticato che in un sistema carcerario grandi ammucchiate di delinquenti generano delinquenza, in un sistema manicomiale grandi ammassamenti di folli generano follia.

I cosiddetti “Centri di prima accoglienza”, al di là della gestione spesso inadeguata, ripropongono la logica di una concentrazione di individui disperati che non può che generare disperazione.
Lo stesso dicasi di strutture abitative collocate in contesti urbani periferici già di per sé problematici, sommando così degrado a degrado.
Solo la dispersione sul territorio europeo, in contesti umanamente sostenibili, può disinnescare le reazioni di rigetto e favorire percorsi di integrazione. Ma la paura è tanta, non coinvolge solo le borgate romane ma serpeggia in tutti i paesi della UE, i quali, pur con modalità diverse, tendono a erigere barricate.

Ma c’è anche un’altra paura che, tutti presi dai nostri fantasmi, tendiamo a trascurare: quella di coloro che intraprendono il cammino della speranza. Passando attraverso le tappe di un percorso irto di difficoltà, pericoli e soprusi, l’iniziale visione positiva può facilmente mutarsi in delusione, diffidenza, ostilità, sospetto, stati d’animo che non predispongono all’incontro con realtà diverse e al rispetto delle regole di vita che i paesi ospitanti richiedono loro. Quando due paure si fronteggiano dialogo e mediazione diventano difficili.

Il problema migranti non può certo essere superato delegandone la soluzione ai lager libici. Spostare i centri di raccolta in Libia può essere sopportabile solo se prima tappa di una strategia ad ampio raggio che permetta un afflusso più ordinato e predisponga un’accoglienza adeguata. Altrimenti si tratta solo di un’operazione pilatesca, di un vero e proprio progetto di deportazione, che aspira a fare della Libia la sentinella del fortino Europa.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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