La cronaca riferisce quotidianamente di risse tra bande di giovanissimi, di coltelli nelle tasche di adolescenti, di episodi di bullismo, di aggressioni a coetanei, e non solo, e nello stesso tempo di ritiro dalla vita sociale, di chiusura all’interno di una stanza, di vuoto esistenziale, di istinti suicidi.
Cosa sta accadendo alle nuove generazioni?
La responsabilità viene attribuita da molti a una famiglia che non educa, a una scuola che non insegna, a una società incapace di trasmettere valori. Sotto accusa vengono messi i genitori, soprattutto i padri, passati dall’autoritarismo all’inconsistenza.
Quello a cui assistiamo è certamente un’evaporazione del Super Io, e quando viene meno la Legge e l’esercizio della libertà non trova saldi limiti, dilaga la paura. È una grande paura quella che sento aleggiare, una paura che genera aggressività, e anche depressione, due facce dello stesso disagio, perché i ragazzi difficilmente sono in grado di gestire una libertà anarcoide.
Il Super Io può rivelarsi a volte un padrone sadico, ma in un sano sviluppo costituisce un valido ancoraggio, una protezione nei confronti di impulsi violenti e distruttivi. Il suo frantumarsi produce angoscia.
D’altra parte, è sempre più difficile per i genitori recuperare autorevolezza: a lungo colpevolizzati, sono preda dell’ansia, ossessionati dal timore di sbagliare. Anche noi, professionisti della psiche, abbiamo contribuito a spaventarli, attribuendo loro pesanti responsabilità: resi dubbiosi, incerti, tormentati dalla inadeguatezza rispetto a un modello di genitore ideale che vanamente inseguono, non sono in grado di riprendere un ruolo di guida, di riconquistare dignità.
Non c’è speranza? La crisi è insanabile?
Ad alleggerire questo quadro pessimistico interviene il ricordo di quante volte, nel corso della storia, troviamo testimonianze che lanciano l’allarme sulla crisi di modelli educativi consolidati e su un progressivo peggioramento delle generazioni dei figli rispetto a quelle dei padri.
Per risalire ad antichi, nobili esempi, già Platone lamentava: «Oggi il padre teme i figli […] Ciò che essi vogliono è essere liberi […] Il maestro ha paura degli allievi, gli allievi insultano i maestri» (La Repubblica). E, nel 700 a. C., il poeta Esiodo: «Non nutro alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi» (Le opere e i giorni).
Crescere è faticoso, ogni generazione presenta criticità differenti, ma analoghe difficoltà, suscita le stesse attenzioni preoccupate e spesso è oggetto di giudizi severi.
Non possiamo certo ignorare il disagio di tanti ragazzi di oggi, i cui aspetti sono argomento di denuncia e di analisi, ma l’impegno per rimuoverne le cause può essere accompagnato dalla fiducia nel futuro.


