Quando ero un diciottenne di belle speranze litigavo furiosamente con mio padre. Continue discussioni su qualsiasi tema politico, sociale, culturale, rivendicazione intransigente della libertà delle mie scelte esistenziali, ricerca dello scontro, sotto gli occhi amorevolmente preoccupati di mia madre e gli sguardi increduli, ma anche ammirati, delle mie sorelle.
Dopo il liceo scelsi di frequentare una facoltà universitaria in un’altra città e infine me ne andai a lavorare il più lontano possibile.
Mia madre e sua sorella, mia zia, erano sempre state in disaccordo su molte cose, ma con l’avanzare degli anni la loro litigiosità era aumentata. Alla soglia degli 80 erano impegnate in continui battibecchi: dai massimi sistemi alle più banali vicende quotidiane.
Ferocemente competitive, si impegnavano in estenuanti discussioni su chi fosse più grande tra Dante e Shakespeare, tra Annibale e Cesare, tra Ungaretti e Montale, tra Verdi e Wagner; su chi coltivasse le orchidee più belle, su chi avesse il balcone più fiorito o sapesse meglio interpretare la ricetta della torta di mele.
Spesso pretendevano da me un improbabile arbitraggio, al quale cercavo di sottrarmi, data la mia impreparazione culturale a seguirle nella loro competente e appassionata dialettica, che spaziava dal campo letterario a quello storico a quello musicale. Torta di mele a parte.
Ultimamente, invece, sono spettatore addolorato e impotente di conflitti che dividono la famiglia dei miei cugini. Si tratta di una grande famiglia: sei fratelli, ognuno con abbondanti figli e nipoti, un vero clan, da sempre molto unito, affettuoso, solidale.
Arrivati i più anziani in area 70, quella bella unità si è lacerata: per futili motivi si sono divisi in fazioni rabbiose, ognuna delle quali cerca di conquistarmi alla sua causa.
A distanza di anni, ripensando a quel mio io giovanile rivendicativo e contestatore, mi chiedo: perché accanirsi con tanta violenza su un padre non solo profondamente amato, ma anche ammirato come persona la cui figura morale mi è stata poi di esempio per tutta la vita?
E perché quei continui alterchi tra madre e zia, due sorelle legate per la vita trascorsa in simbiosi?
E che dire di fronte allo spettacolo del clan dei cugini, granitico in tutte le avversità, sgretolatosi per ragioni incomprensibili?
Queste tre vicende mi sembrano parlare la stessa lingua.
Azzardo un’ipotesi.
La contestazione, il litigio, la rottura del rapporto sono forse strategie per prepararsi in modo meno doloroso alla separazione definitiva? In ultima analisi, per esorcizzare la morte? La paura dell’inevitabile ora della perdita dell’oggetto d’amore, della scomparsa dei propri cari?
Anche il mio Maestro — ateo, materialista, spirito libertario, anarchico, trasgressivo —, del quale oggi occupo la cattedra, dopo la morte della madre mi chiedeva con ansia: «Dimmi, ma la mia mamma dov’è?»


